Fabrizio Curcio (foto Ansa)
Fabrizio Curcio (foto Ansa)

Ascoli, 17 gennaio 2017 - «I terremotati che domenica si sono radunati a Grisciano ci chiedono di tenere alta l’attenzione nei loro confronti. Noi crediamo di averlo sempre fatto, ma se serve lo faremo ancora di più. Ci hanno lanciato un segnale importante». Fabrizio Curcio, capo della Protezione civile, non si sente sul banco degli imputati dopo che 400 sfollati sono scesi in strada, a cavallo tra Lazio e Marche, chiedendo meno burocrazia e più rapidità negli interventi post emergenza.

I terremotati vogliono un cambio di passo: non è un’esigenza legittima a quasi cinque mesi dalle prime scosse?
«Noi stiamo dando il massimo, quindi non credo sia giusto dire che serva un cambio di passo. Questa è un’emergenza complicata anche per le dimensioni dell’area colpita dal terremoto. Faccio un esempio che rende l’idea: una cosa che sembra semplice come trovare le aree per le casette, fattibile altrove in tempi brevi, qui è invece difficile perché ci sono gravi carenze di zone idonee. Ecco, se si comprende la complessità del tutto, si capisce anche che non abbiamo perso neanche un giorno».

Partiamo dalle basi, cioè dalle macerie: la gente protesta perché in diverse zone è ancora tutto come il 24 agosto. Possibile che non si riesca ad accelerare? 
«Quella delle macerie è un’altra questione da trattare con delicatezza perché qui entra in gioco anche la salute pubblica: la Regione Lazio, per esempio, ha dato incarichi, tramite gara, per definire la presenza di amianto nelle macerie. In questo momento siamo nella situazione per cui in alcuni casi ci sono difficoltà nel trovare aree per il deposito temporaneo delle macerie, mentre in altri ci si è mossi più rapidamente. Ma sono percorsi che nel complesso vanno seguiti con attenzione perché ci sono in ballo la sicurezza dei cittadini e i soldi pubblici».

Proviamo allora a ipotizzare i tempi: quanto ancora bisognerà aspettare?
«È una partita molto lunga e complessa, una di quelle che in un terremoto va più per le lunghe. Non parliamo né di giorni né di settimane, il problema delle macerie richiede di solito molti mesi».

Torniamo alle casette: in alcuni comuni stanno arrivando, in altri non sono ancora state individuate le aree. Non le sembra che si stia andando a due o più velocità?
«No, dobbiamo tenere conto che possono esserci differenze nei tempi, però non vanno attribuite ad un’attenzione particolare o alla bravura di un sindaco rispetto a un altro: ci sono situazioni in cui le aree erano già disponibili e lì si è proceduto. Insomma, è questione di difficoltà tecnica di un territorio rispetto a un altro».

Riuscirete a rispettare i tempi annunciati all’inizio, cioè l’arrivo delle casette entro marzo-aprile?
«Non voglio fissare dei tempi: noi diamo informazioni quando abbiamo certezze. Preferisco incontrare le persone e spiegare. Chi oggi dà una data mi deve spiegare rispetto a quale cronoprogramma lo fa».

Almeno sulle stalle provvisorie sarà d’accordo che nelle Marche si è andati fuori tempo massimo: ne sono arrivate due su 700...
«Mi risulta che i numeri siano diversi, ma sicuramente gli allevatori vivono una situazione di disagio, anche perché il maltempo ha complicato tutto. Ma c’è un’ordinanza che permette agli allevatori di muoversi autonomamente e chiedere il rimborso. Gli strumenti sono stati trovati, ma è chiaro che bisogna correre per aiutare queste persone».

Non pensa che i vari livelli decisionali stiano complicando la situazione? Certe amministrazioni di piccoli Comuni fanno oggettivamente fatica.
«No, riteniamo che sia giusto che certe scelte arrivino dal territorio. Tra l’altro qui ci sono sindaci coraggiosi cui abbiamo dato anche la possibilità di assumere personale. E io non sono per le decisioni calate dall’alto».