DRAMMA Daniela Rombi piangente durante una manifestazione
DRAMMA Daniela Rombi piangente durante una manifestazione

Viareggio, 22 gennaio 2015 - DA BRIVIDI. La deposizione di Daniela Rombi, presidente dell’associazione «Il Mondo che vorrei», madre di Emanuela Menichetti, una delle 32 vittime della strage alla stazione ferroviaria di Viareggio, ha fatto calare una cappa di dolore nell’aula del Polo fieristico di Lucca dove si celebra il processo contro i 32 imputati, molti dei quali personaggi eccellente dell’universo delle Ferrovie dello Stato. «Dal giorno in cui è accaduto il disastro – ha raccontato – fino a quando è morta Emanuela sono trascorsi 42 giorni: in quell’arco di tempo sono rimasta davanti alla stanza del Centro grandi ustionati dell’ospedale di Pisa, facendo anche l’uncinetto, sperando che mia figlia ce la facesse.... E pensare che quella maledetta sera, quando Emanuela mi telefonò dall’ospedale Versilia mi disse ‘mamma, non preoccuparti, vicino a noi c’è stato un grande incendio. Ora mi portano a Pisa’....».

LA LITURGIA del dolore è andata dunque in onda nel racconto di mamma Daniela. «Pensate, non riesco più a cucinare le bracioline e gli zucchini fritti – ha detto ancora –: era il suo piatto preferito. Lo preparavo il venerdì sera... Ho continuato per molto tempo ad apparecchiare per tre persone. Dal giorno in cui è morta Emanuela, la mia vita è cambiata. Sono in cura. Ho bisogno di prendere medicinali per andare avanti. Mio marito è più forte. No, non ho accettato le proposte di risarcimento da parte delle assicurazioni per uscire dal processo. Io voglio essere presente fino in fondo e vedere che la verità venga fuori». Mamma Daniela ha anche letto alcuni passi del suo commovente diario dei suoi 42 giorni di attesa e di speranza. «Dopo poche ore che Emanuela era ricoverata – ha ricordato ancora – venne il primatio del Centro grandi ustionati: ci disse che la bimba aveva ustioni sul 98% del corpo. ‘Può morire’ . Io reagì in malo modo....». Ma poi la speranza che Emanuela ce la facesse non l’ha mai abbandonata. «A fine luglio c’era stato un leggero miglioramento» ricorda ancora. «Poi intorno al 10 agosto... Mi dispiace solo di non avere potuto vedere più il suo volto. Non era stato toccato dal fuoco...». Il dolore della mamma è anche quello dello zio di Emanuela – il fratello di Daniela, anche lui costituitosi parte civile – nel processo. «La notte della tragedia venni svegliato da mia sorella intorno alle 5,30 – ricorda Riccardo Rombi–: mi disse che Emanuela aveva avuto un incidente. Non capì bene che quel era accaduto. Fu al Centro grandi ustionati di Pisa, che alle prime ore del mattino venne fuori la tragica realtà. Anch’io non ho accettato la richiesta di risarcimento: non sarei stato più capace di guardare in faccia la mia famiglia, se prima non saranno accertate le responsabilità di quel che è accaduto».

ALTRI DUE testi di parte civile sono sfilati nel pomeriggio: marito e moglie, Vincenzo Orlandini e Lucia Pucci. Quest’ultima nella strage ha perso l’anziano padre che abitava con la badante rumena. «In quel perioodo – ha raccontato la donna – mi ero trasferita a Bozzano ma ho sempre abitato in via Ponchielli, dove mio padre era proprietario di tre appartamenti affittati: conoscevo tutti gli inquilini, undici persone sono morte, si è salvata solo Ibi... Nei primi mesi successivi alla tragedia, non ho accusato grossi disturbi. Ma poi è stato un continuo peggioramento: non ce la facevo più ad andare avanti. Ho dovuto fare ricorso ai medicinali per stare più tranquilla».

G.L.