La strage di Capaci
La strage di Capaci

Palermo, 23 maggio 2020 - ‘Follow the money’, diceva Giovanni Falcone: segui i soldi, e troverai i mafiosi. Renato Cortese nella sua carriera quella teoria l’ha applicata ora a un sacchetto di cicoria, ora al rumore di un motorino, e così nella sua rete sono caduti Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, il killer di don Puglisi e decine di altri mammasantissima introvabili per decenni. Oggi l’acchiappa-latitanti, 55 anni, è questore di Palermo. Stamattina presenzierà alle commemorazioni della strage di Capaci.
Cortese, dov’era quel giorno?
"In Sardegna. Frequentavo la scuola di Polizia. Ricordo di questo sabato pomeriggio in libera uscita. Ero per strada con altri colleghi: voltammo lo sguardo e rimanemmo impietriti davanti alle immagini mandate in diretta su decine di schermi in un negozio di televisori".
Brusca, che premette il detonatore, finì nelle sue mani quattro anni dopo.
"Era ora di cena, sapevamo che poteva essere all’interno di una certa villetta di Agrigento, e sapevamo di un’utenza telefonica a sua disposizione. Dovevamo unire le due cose. Allora lo chiamammo, poi facemmo partire un vecchio motorino. Sentimmo il suo rombo nella cornetta e capimmo di avercela fatta".
Altro che tecnologia.
"L’investigazione non ha dalla sua solo protocolli e tecnologia. Spesso l’intuito può far trovare nel momento giusto la mossa vincente. Così fu con Brusca".
Lui come reagì?
"Era sul divano. Guardava l’Attentatuni, film sulla strage di Capaci. Tentò una debole fuga verso il retro. Ma era circondato".
Ora Brusca alla fine del 2021 potrebbe essere scarcerato, e alcuni boss sono finiti agli arresti domiciliari causa Covid con annesse polemiche. Crede sia un rischio?
"Sono decisioni che spettano alla magistratura. Mi limito a dire però che queste decisioni si rifanno al computo delle pene, non certo a calcoli aleatori".
Dopo Brusca catturaste Provenzano, seguendo mano dopo mano una busta di cicoria.
"Fu il culmine di un’indagine più articolata, durata otto anni, durante i quali, come in una partita a scacchi, abbiamo messo a segno un punto dopo l’altro, catturando mafiosi vicini a lui e sequestrando patrimoni, fino ad arrivare a quel casolare".
Lì stava un placido vecchietto. Era il capo dei capi.
"Sapevamo tutto di lui ma non conoscevamo la sua faccia, essendo latitante da 43 anni. Quel giorno fu uno spartiacque. I palermitani, per la prima volta festeggiarono sotto alla questura, liberi da quel fantasma".
Oggi com’è Palermo?
"Più consapevole, anche se la mafia sopravvive nei quartieri".
Crede che rialzerà la testa con la crisi post-virus?
"Il rischio c’è. Le cosche vanno dove ci sono i soldi in tempi normali, figuriamoci in una situazione del genere. Serve essere consapevoli che, abbia la coppola o la cravatta, la mafia cerca sempre affari. Perciò sarà cruciale tenere gli occhi aperti nei prossimi mesi. Ma siamo forti di un consenso nei confronti della mafia oggi molto debole. A noi tocca tenere il punto ogni giorno e fare sì che mai, mai ritorni quel consenso nei loro confronti".