di Sandro Neri Può sembrare uno slogan, in realtà è il bilancio di una vita di successo. "Sognare si può", assicura Franco Baresi. Ne ha avuto conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, anche da Bebeto, il centravanti del Brasile della famosa finale dei Mondiali del 1994, dove l’Italia di Baresi perse per un soffio, ai rigori. "Bebeto, come me, da bambino sognava una finale Italia-Brasile in veste non di spettatore ma di calciatore. Incredibilmente, 24 anni più tardi c’eravamo entrambi. Emozionati nel cantare l’inno nazionale del nostro Paese e nel guardare gli spalti gremiti esattamente come ce l’eravamo immaginati". Leggenda riconosciuta del calcio mondiale, vicepresidente onorario del Milan, Baresi ha deciso di regalarsi un libro (’Libero di sognare’, Feltrinelli editore) e un viaggio dall’altra parte del mondo, in quel Brasile che è ormai parte della sua stessa vita. "Il libro – spiega – è un modo per dire grazie a chi mi è stato vicino in questi 50 anni incredibili. Il viaggio è stata l’occasione per realizzare una serie di documentari dedicati alle storie di persone, comuni e non. Io ascolto, faccio le domande, racconto le mie...

di Sandro Neri

Può sembrare uno slogan, in realtà è il bilancio di una vita di successo. "Sognare si può", assicura Franco Baresi. Ne ha avuto conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, anche da Bebeto, il centravanti del Brasile della famosa finale dei Mondiali del 1994, dove l’Italia di Baresi perse per un soffio, ai rigori. "Bebeto, come me, da bambino sognava una finale Italia-Brasile in veste non di spettatore ma di calciatore. Incredibilmente, 24 anni più tardi c’eravamo entrambi. Emozionati nel cantare l’inno nazionale del nostro Paese e nel guardare gli spalti gremiti esattamente come ce l’eravamo immaginati".

Leggenda riconosciuta del calcio mondiale, vicepresidente onorario del Milan, Baresi ha deciso di regalarsi un libro (’Libero di sognare’, Feltrinelli editore) e un viaggio dall’altra parte del mondo, in quel Brasile che è ormai parte della sua stessa vita. "Il libro – spiega – è un modo per dire grazie a chi mi è stato vicino in questi 50 anni incredibili. Il viaggio è stata l’occasione per realizzare una serie di documentari dedicati alle storie di persone, comuni e non. Io ascolto, faccio le domande, racconto le mie difficoltà".

Che difficoltà ha il capitano?

"Ne ho avute tante. Ho perso i genitori molto presto, ho dovuto lottare duramente. Però ho avuto fortuna. La fortuna di incontrare le persone giuste".

A partire dal parroco del paese.

"Don Piero Gabella, che ha 82 anni e ho rincontrato da poco, è un costruttore di sogni. Aveva capito che spingere i ragazzi a coltivare la propria passione li avrebbe portati a un risultato. Il suo oratorio, a Travagliato, provincia di Brescia, era una fucina di talenti. In me aveva visto che c’era stoffa, e ha saputo spronarmi".

Quel rigore sbagliato a Pasadena, il 17 luglio del 1994, la ossessiona ancora?

"La delusione è stata tanta. Ma oggi so cosa ho fatto: da quel mondiale, che era la mia ultima occasione, sono uscito comunque vincente. Ho giocato reduce da un brutto infortunio. Dopo la scivolata e il menisco rotto, i giornali avevano titolato: Usa, addio Baresi. E invece alla finale ero in campo. Ancora oggi la gente mi chiede: come è stato possibile? Dietro un’impresa riuscita, è la risposta, ci sono tutte le prove dure che servono a fortificarsi. In Brasile oggi sono famoso quasi come in Italia".

Suo fratello Beppe giocava nell’Inter. Come vivevate questa rivalità?

"Cercavamo di lasciarla fuori dalla porta. C’era, invece, la preoccupazione che nessuno dei due si infortunasse. E quando ci si incontrava in campo era emozione pura. Alla vigilia ci scherzavamo sopra e si scommetteva pure: chi vinceva, pagava. Anche per rincuorare l’altro".

Franco Baresi nel calcio è sinonimo di leggenda. Nata, sembra, dopo che ha accettato di seguire il Milan in serie B. Altri, a differenza sua, mollavano la nave...

"Quella scelta ha fortificato il mio rapporto col Milan. Sembrava l’anno peggiore, si è rivelato quello della mia rinascita. Sono diventato capitano, ho incontrato quella che da 35 anni è mia moglie".

Cosa c’è nella sua vita oltre il calcio?

"Maura, mia moglie, e la famiglia senz’altro. Poi qualche vecchia passione".

Per esempio?

"Le partite a tennis. Poi la pallacanestro in tv, con gli amici. E, a volte, il calcetto con gli ex del Milan. Sono un amante della vita tranquilla".

La sua giornata?

"Sveglia presto, ancora prima di quando giocavo. Alle 9.30 in ufficio, a Casa Milan, e qualche volta a Milanello. Nelle pause, un po’ di attività fisica in palestra".

Oggi a Milano si vota per le Comunali. Lei voterà?

"Sicuramente. Bisogna farlo sempre. Chi sceglie diversamente poi non ha diritto di lamentarsi".

Il calcio può ancora insegnare valori?

"Lo sport, in generale, è importante per crescere e maturare. Dare un messaggio ai giovani oggi non è semplice. Direi che è importante non perdere mai umanità. Sognare si può, l’ho dimostrato con la mia storia. Con la determinazione si superano molte difficoltà e si raggiungono traguardi".

Lei è felice?

"Ho ottenuto più di quanto avrei mai pensato. Merito anche della forza che ci ho messo, della mia incapacità di accontentarmi. E poi dei valori che i miei genitori mi hanno insegnato e che non ho mai tradito".

I più importanti?

"Il coraggio e la generosità. E non ho mai dimenticato le persone che mi hanno dato qualcosa".

Parliamo dei suoi incontri. Gianni Rivera?

"Ero giovanissimo, mi ha svezzato. Ho cercato di copiare da lui, di vedere come si muoveva. Parlava pochissimo, ma quando lo faceva era ascoltato da tutti".

Arrigo Sacchi?

"Un grande innovatore. Ci ha insegnato l’importanza dell’allenamento. Ha l’ambizione della vittoria, ma è attento a trasmettere professionalità e senso di responsabilità. Il concetto è: vinci, ma puoi durare e vincere ancora se hai basi solide".

E poi Silvio Berlusconi.

"Il motore di tutto. Da presidente del Milan ha dato organizzazione, trasmesso entusiasmo e convinzione. A Milanello l’aspettavamo sempre con trepidazione. Appena sentivamo l’elicottero che si avvicinava, ci preparavamo per accoglierlo al meglio. E lui ricambiava queste attenzioni trasmettendoci carica. È il suo carattere".

Oggi nella dirigenza del Milan c’è anche lei.

"Assumere l’incarico di vicepresidente onorario mi ha riempito d’orgoglio. Spero di essere da stimolo per le nuove generazioni".

Werner Herzog ha detto: "Mi piacerebbe, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo come Baresi ha capito il gioco".

"Ho sempre sentito la vocazione per un calcio moderno, più propositivo di quello degli anni ’70. In quella dimensione non mi sentivo realizzato. Invece col pressing, giocando a zona, accerchiando l’avversario per scattare in attacco tutto è stato diverso. Non ho mai cambiato modo di giocare".

La prossima sfida?

"Riuscire a essere ricordato per quello che ho dato".