Sabato 15 Giugno 2024
NINA FABRIZIO
Scomparsi

Un giallo lungo 40 anni. Il pm del caso Orlandi: "Emanuela rapita perché sapeva troppo"

Il magistrato Capaldo ha indagato sulla scomparsa dal 2008 al 2015 "Era a conoscenza di qualcosa che interessava a chi l’ha fatta sparire" Domenica il sit-in organizzato dal fratello a San Pietro prima dell’Angelus

Emanuela Orlandi

Emanuela Orlandi

Città del Vaticano, 21 giugno 2023 – “La ragazza che sapeva troppo” stavolta non è l’americana Nora Davis protagonista del giallo ambientato a Roma nel 1963, ma Emanuela Orlandi, secondo Giancarlo Capaldo, magistrato che sul caso ha indagato dal 2008 al 2015 e che nella sua ultima fatica con il giornalista Ferruccio Pinotti ha voluto rimettere in fila le indagini, le rivelazioni, i personaggi che si sono affacciati in quello che ora è il più grande mistero d’Italia. Anche per fare piazza pulita degli innumerevoli depistaggi e false piste. "Offriamo delle chiavi di lettura, non pensiamo di essere in possesso della verità, anzi bisogna guardarsi da chi ha la verità in tasca".

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Capaldo partiamo dalla fine che è anche l’inizio, perché questo titolo?

"Perchè ritengo che Emanuela sapesse qualcosa, qualcosa di cui forse non era del tutto consapevole, qualcosa che sapeva senza quasi accorgersene ma che interessava ai responsabili della sua sparizione".

In questi 40 anni c’è pure chi ha ipotizzato che non fosse lei il vero obiettivo, uno scambio di persona.

"Io invece ritengo che doveva essere rapita proprio lei".

E qui torniamo al 22 giugno 1983. Rapita da chi?

"Ci sono state innumerevoli false piste. Alcune sconfessate dal tempo, altre perchè prive di qualunque riscontro. Emanuela viva in Turchia o in Marocco, ad esempio, pure illazioni".

Come quelle di Alì Agcà.

"Ricostruiamo anche la sua parabola ma facciamo capire come la vicenda sia stata cavalcata da Agcà per interesse personale. D’altra parte se Alì Agcà è stato tirato in ballo c’era un motivo per farlo, la scomparsa di Emanuela Orlandi era molto a ridosso dell’attentato al Papa e parlare di un coinvolgimento di forze straniere consentiva tutto sommato di guadagnare molto tempo".

Allora quali personaggi sono credibili in questa storia?

"Lo è la figura di Renatino De Pedis ma non come boss di chissà quale super struttura criminale. La Banda della Magliana era più che altro un agglomerato di bande di raccogliticci. De Pedis è nell’ambito di questi personaggi dalle connotazioni criminali ma che aveva contatti con persone come don Pietro Vergari, con un mondo ecclesiastico di cui poteva usufruire o che di lui si poteva servire".

Ma De Pedis muore ammazzato nel 1990. Come emerge il suo coinvolgimento nell’affaire Orlandi?

"Tutto deriva dalle dichiarazioni di Sabina Minardi molto tempo dopo. Poi una manina strana ha fatto pubblicare i verbali di quanto rivelava e questo ha consentito alle persone coinvolte di prepararsi le risposte e concordarle, è stato un atto criminale che ha giocato malamente sulle sorti dell’inchiesta. Invece con la Minardi ci avviciniamo alla verità, ha reso dichiarazioni in gran parte veritiere".

Minardi parlava di un vero sequestro e poi della consegna della ragazza a un prelato. Emanuela potrebbe essere ancora viva?

"Non mi sembra probabile, piuttosto è possibile che non sia morta nell’immediatezza".

C’è chi ipotizza che la Banda della Magliana entri in gioco per ragioni legate al classico Follow the money.

"Ma il denaro da seguire sarebbe stato quello della Magliana? Io faccio un ragionamento inverso, la banda della Magliana ha avuto un ruolo ma non gestionale, la vicenda del denaro può dare la spiegazione del perchè altri si siano rivolti a De Pedis ma non del movente di De Pedis".

C’è stato davvero un muro da parte del Vaticano dove in quegli anni dominavano personaggi come Paul Marcinkus?

"C’è stato eccome, non soltanto per quanto riguarda gli aspetti dell’ispezione alla tomba di De Pedis a Sant’Apollinare, ma nel corso di tutta la storia il Vaticano ha brillato per assenza totale di collaborazione, non hanno collaborato con me come con valenti colleghi e in nessuna delle forme proposte, è oggettivo. Poi improvvisamente papa Francesco dà l’input di aprire le indagini. Di per sé è positivo".

Però il ‘pm’ Alessandro Diddi si è recato in Senato per chiedere uno stop alla Commissione di inchiesta bicamerale.

"Ha parlato di intromissione e questo mi sembra preoccupante. È un professionista stimato, vediamo che cosa succederà".

Se mai la commissione partisse e la chiamasse?

"Nell’ambito di attività istituzionali sarei disponibile, per arrivare alla verità, senza pregiudizi".

E questa verità è vicina o lontana?

"Forse è possibile intravedere qualcosa da più vicino, la verità su tutta la vicenda potrebbe risentire del contenuto della verità, è una verità complessa, e forse non è accettabile".

Perché potrebbe gettare ombre su qualche Papa o sull’istituzione cattolica stessa?

"Ho il dubbio che possa esserci qualcosa di questo genere, c’è stata molta omertà e l’omertà nasconde sempre qualcosa".