Claudia

Marin

Mario Draghi ha messo il dito nella piaga più purulenta della palude burocratica italiana. Come se da tempo non attendesse altro che segnalare all’indice uno dei più vistosi ostacoli comportamentali alla efficacia e all’efficienza della macchina pubblica: quella che ha chiamato la "fuga dalla firma" praticata diffusamente da dirigenti e impiegati dello Stato e delle sue amministrazioni. Una prassi e un andazzo che si sono andati accentuando e estendendo negli ultimi decenni e che sono stati causa non secondaria di quella paralisi "del fare" che ha bloccato cantieri, opere pubbliche, reti materiali e immateriali e che, in definitiva, ha determinato la bassa crescita del Paese.

Le migliaia di concessioni e autorizzazioni per investimenti grandi e piccoli lasciate marcire nei cassetti, in attesa che qualcun altro ci mettesse mano, le migliaia di pratiche e permessi sblocca-lavori, tenuti fermi con questa o quella scusa, questo o quel pretesto non sono altro che il frutto di quella mentalità deresponsabilizzante e pronta alla dilazione richiamata con forza dall’ex Presidente della Bce. Ben venga, dunque, il monito di Draghi su un fattore di freno economico e sociale che tanto male fa a imprese e famiglie. Ma a patto che all’avviso seguano atti conseguenti, attraverso, per cominciare, la fissazione della regola dei tempi certi per la firma di ogni atto, con una sanzione netta, altrettanto certa, in caso di ritardi e inadempimenti.