Henry Diaz, 30 anni
Henry Diaz, 30 anni

Genova, 14 agosto 2020 - Emmanuel Diaz, 30 anni, cileno, fratello di Henry. “Stava finendo ingegneria, aveva la mia età quando è morto. Faceva tante cose. Organizzava eventi benefici, si occupava di catering, trasportava persone. Quella mattina era andato a prendere Angela Zerilli a Corsico Milanese, stavano rientrando a Uscio, un paesino dell’entroterra ligure”.
Aveva 58 anni, era funzionaria della Regione Lombardia. Morti entrambi.
“Non si è salvata nemmeno Ginevra, la gattina”.
Lei è sempre stato presente, c’era anche quando è stato inaugurato il nuovo ponte. Unico tra i familiari delle 43 vittime.
“Non ero solo, a dire il vero. Quel giorno ho conosciuto il babbo di Mirko Vicini, era lì anche lui. Ma soprattutto seguo il processo, non mi sono perso un’udienza”.
Negli ultimi mesi tutta l’attenzione si è concentrata sul  nuovo ponte. Di giustizia si è parlato poco. Questo la preoccupa?
“No perché da un certo punto di vista siamo stati beneficiati dal lockdown.  Il processo è ripartito il 14 luglio. Noi abbiamo continuato a studiare le carte. Per arrivare alla giustizia”.
È fiducioso? 
“Sono tranquillo, vedo l’intensità con la quale agisce la procura. Siamo nella fase finale del secondo incidente probatorio, per definire le cause  che portarono al crollo del ponte Morandi”.
Sempre in attesa della perizia.
“Finalmente abbiamo una data certa, sarà consegnata il 31 ottobre. Allora capiremo davvero cos'è successo. Anche se già dal primo incidente probatorio è tutto molto chiaro. Il Morandi era degradato al massimo, non ce la faceva più. Lo dice anche una relazione della Nasa. Stanno cercando di mettere in discussione tutto e tutti. Ma mettere in discussione la Nasa... Mi sembra impossibile”.
Cosa dice quella relazione?
“Attesta che il viadotto si era deformato dal 2015, in maniera evidente. Sette mesi prima del crollo le oscillazioni erano sempre più forti. Mentre la procura ha scoperto che i sensori di movimento erano stati tranciati nel 2015,  lo sapevano. Era stato richiesto un preventivo ma non fecero i lavori. Anche quelli avrebbero permesso di far capire cosa stava accadendo”.
La prossima udienza?
“A dicembre, tutto il mese sarà dedicato alla discussione delle relazioni finali. I periti sono molto sicuri. Sanno di avere in mano carte decisive. La procura si è mossa in fretta e con molta determinazione”.
Oggi è il giorno del dolore, il secondo anniversario.
“Cerchi di rimanere tranquillo ma è dura. Ci troviamo davanti il nuovo ponte già percorribile, questo rende tutto più strano. In due anni sono riusciti a ricostruire un’opera. Vuol dire che la società sta andando avanti. Ma anche che  quelle persone non ci sono più, sono state uccise”.
C’è il nuovo ponte, non c’è giustizia.
“E’ così ma non importa quanto tempo ci vorrà, conta arrivare. La nostra vita è segnata, in parte distrutta. Quello che si rovina si può ricostruire, quello che si distrugge no”.
Intere famiglie sterminate.
“Stiamo parlando non solo di un ponte ma di un ponte che si trovava  dentro la città. Il suo crollo  rappresenta anche  la debolezza delle amministrazioni, sia locali che nazionali. Oggi la battaglia è più aperta che mai”.
Avete una storia dolorosa anche alle spalle. 
“Siamo scappati dalla violenza  in Colombia. La mamma venne in Italia proprio per quello, là era in pericolo di vita. Mio padre è stato assassinato. Faceva il meccanico, fecero saltare la sua officina, cambiò percorso di vita. Scelse la criminalità. Non posso permettermi di giudicarlo ma posso dire che la sua fine un po’ se l’è cercata”.
Un presente doloroso. Come vede il futuro?






















"Oggi per me è fondamentale dare giustizia a mio fratello. Ero in Colombia quando è successo, avevo deciso di rifarmi la vita nel mio paese, studiavo psicologia, qui non stavo andando da nessuna parte. Sono stato costretto a lasciare quei progetti, non so se solo in sospeso o accantonati per sempre. Ora mi occupo di tutte le cose lasciate da Henry. Ma soprattutto della sua morte. Una persona così generosa non meritava questa fine".