Roberto

Pazzi

Ho attraversato nella mia vita il pontificato di sei vescovi di Roma, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, prima di sentire dalla loggia di San Pietro il “Buonasera” urbi et orbi di Papa Francesco, quel crepuscolo del 13 marzo 2013. E in nessuno dei predecessori ho riconosciuto quanto in Bergoglio il mio modello ideale di Vicario di Cristo. Vicino agli ultimi, gli “scartati”, come ama spesso dire, anche nel recente coraggioso viaggio in Iraq, attento ai ponti che unificano, mai ai muri che dividono.

Di quest’uomo dal parlare semplice e pure colto, ho ammirato la metafora della Chiesa come ospedale da campo, che cura i malati senza chiedersi mai prima a che razza, confessione, nazione appartengano. Così è il Cristo che immagino. Arso da un simile amore per l’uomo, che lo fa immedesimare con “i poveri di spirito, i mansueti, gli afflitti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici e i perseguitati per causa della giustizia … Perché di loro è il regno dei cieli, perché erediteranno la terra, saranno consolati, saranno saziati, otterranno misericordia, vedranno Iddio”. E segno della Grazia che ha ispirato la sua elevazione al papato, mi sembra lo straordinario carisma che possiede di avvicinare alle sue parole e al suo magistero i non credenti, i più lontani da Cristo. E i più intiepiditi nella fede, come me.