C’è allarme nelle Rsa in vista dell’inizio della campagna vaccinale contro il Covid. A Pavia solo due operatori su dieci delle 85 strutture della provincia sarebbero disponibili a sottoporsi al trattamento, anche se, precisa l’Ats, il sondaggio è ancora in corso. La percentuale si assesta a livelli analoghi, però, anche a Torino e in...

C’è allarme nelle Rsa in vista dell’inizio della campagna vaccinale contro il Covid. A Pavia solo due operatori su dieci delle 85 strutture della provincia sarebbero disponibili a sottoporsi al trattamento, anche se, precisa l’Ats, il sondaggio è ancora in corso. La percentuale si assesta a livelli analoghi, però, anche a Torino e in diverse località italiane le cronache sono punteggiate dagli interventi di chi preferirebbe almeno rimandare l’appuntamento con la siringa.

"Acquisire i consensi per noi, in particolare in Lombardia, ha un valore davvero grande – afferma la direttrice generale dell’Ats pavese, Mara Azzi – è il ‘sì’ di chi combatte in prima linea da mesi, nonché un senso di solidarietà e responsabilità dei nostri operatori verso i pazienti più fragili. Per questo è importante che aderiscano e lo facciano per primi". Secondo l’avvocato torinese Maria Grazia Cavallo, legale di riferimento di numerose Rsa piemontesi per le questioni Covid, la situazione rischia di pesare come un macigno "sulle spalle di strutture già gravate da responsabilità enormi". Accettare il diniego degli operatori significa correre il rischio di un contagio (il virus si può contrarre all’esterno) con drammatici effetti su persone in età avanzata e conseguenze penali e civili che ricadrebbero sui datori di lavoro.

"In questo momento – spiega Cavallo – il dovere dei vertici delle Rsa è assegnare chi non si vaccina a mansioni distanziate dagli ospiti e tali da non generare contatti o rischi di contaminazione. Dove non fosse possibile, come è altamente probabile per la natura delle attività richieste, i lavoratori sarebbero da considerare inidonei alle mansioni di assistenza agli anziani".