Il relitto del Moby Prince
Il relitto del Moby Prince

Livorno, 10 aprile 2021 - Una giornata intera per ricordare e per lanciare un grido: verità sulla tragedia del Moby Prince. Ma che sia verità vera, quella che scolpisce i nomi e i cognomi di coloro che hanno avuto responsabilità nella più grande sciagura della marineria civile italiana e non solo quelli dei morti. Erano le 22,25 del 10 aprile 1991 quando il traghetto della Navarma diretto a Golfo Aranci si schiantò contro la superpetroliera Agip Abruzzo carica di 82 tonnellate di Oil Iranian Light e ormeggiata in rada a 2,7 miglia dal porto di Livorno. Delle 141 persone a bordo della fin lì gioiosa ’balena azzurra’ si salvò solo il mozzo, Alessio Bertrand. Un impatto diretto, pressoché perpendicolare alla fiancata della petroliera, quasi all’altezza del castello di poppa, scatenò l’inferno e la bocca della morte, che prese il sopravvento con atroce consapevolezza delle vittime. Ilaria aveva appena un anno quando la prua del Moby penetrò nella lamiera del gigante. Lingue di fuoco avvolsero il viaggio verso la Pasqua.

C’è una sentenza sola, fino a oggi, che dal 2016 consegna agli archivi una realtà giudiziaria: a causare la strage – perché di strage parliamo – fu la nebbia calata all’improvviso sulla petroliera lunga più di 200 metri poco prima dell’incidente. Ma è una spiegazione alla quale nessuno crede, ormai, tanto è vero che la procura di Livorno ha riaperto le indagini e che si sta formando un’altra commissione parlamentare d’inchiesta. Trent’anni dopo, su Livorno non splende il sole. È una giornata di aprile fredda, grigia, quasi a memento della giustizia che ancora non c’è ma che va resa a quei 140 morti bruciati vivi in una notte che avrebbe dovuto trasportare in Sardegna famiglie festanti e un equipaggio avvezzo alla rotta. "Inderogabile impegno a fare intera luce", scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Non ci sono colpevoli, dunque, anche se è altrettanto certo e scritto che la petroliera non avrebbe dovuto trovarsi in quel punto dove vige il divieto di ormeggio per non intralciare i canali marini del soccorso. E allora perché era lì? È una delle mille e angoscianti domande senza risposta. Di sicuro, però, l’Agip Abruzzo fu cercata e tutti i membri del suo equipaggio vennero tratti in salvo. Il Moby Prince no. Non subito. Trascorsero 80 interminabili minuti prima che dal porto si prendesse atto che a bruciare era il traghetto, non la "bomba" petroliera. Poi la storia ci ha snocciolato un’incredibile quantità di ipotesi. Si è parlato di errore umano, di problemi tecnici sul traghetto, di un’avaria al timone, della nebbia e della posizione dell’Agip Abruzzo appunto. E si sono accavallate anche altre ipotesi via via escluse in sede giudiziaria: l’attentato con l’esplosivo T4 (mai rivendicato), il movimento occulto in rada, le navi militari di ritorno dal Golfo Persico, i sommergibili spioni che si rincorrevano, il traffico d’armi. Ma finora nelle carte c’è soltanto quella maledetta, improvvisa, sorprendente nebbia in una serata di aprile.

La prima commissione parlamentare concluse che quell’evento atmosferico non fu determinante per l’incidente, conclusione che però nella sentenza venne rubricata a titolo di consulenza. La speranza, ora, è che la nuova commissione della Camera dei deputati (ma perché non bicamerale, che durerebbe di più?) possa davvero setacciare nella sentìna di una vicenda chiara solo alle compagnie assicuratrici, che liquidarono i danni addirittura già due mesi dopo la tragedia. Senza aspettare una sentenza. Incredibile? No. Siamo in un mare d’Italia.

Alessandro Antico