Raffaele Sollecito e Amanda Knox (Ansa)
Raffaele Sollecito e Amanda Knox (Ansa)

PERUGIA, 8 SETTEMBRE 2015 - «CLAMOROSE defaillances o amnesie investigative». «Colpevoli omissioni di attività di indagine»; «errori nel giudicare» e «incongruenze logiche». Ma un dubbio che resterà per sempre, scolpito nel sangue di Mez: l’ipotesi che Amanda e Raffaele fossero realmente nella casa del delitto quella notte maledetta non basta a farli ritenere colpevoli. È il quadro a tinte fosche che la Cassazione affida alla storia del delitto di Meredith Kercher, la studentessa inglese violentata e assassinata la notte del primo novembre 2007 nella villetta di via della Pergola a Perugia, mettendo così la parola fine a un mistero durato otto anni, e sei gradi di giudizio, tra condanne e assoluzioni. Di cui l’ultima senza appello per «intrinseca contraddittorietà della prova». Assolti gli imputati, condannati gli investigatori. «Un iter obiettivamente ondivago – scrivono i giudici della V Sezione – le cui oscillazioni sono, però, la risultante» di errori investigativi che viceversa «avrebbero con ogni probabilità consentito di delineare un quadro, se non di certezza, quantomeno di tranquillante affidabilità nella prospettiva vuoi della colpevolezza, vuoi dell’estraneità» della Knox e di Sollecito.

COLPA ANCHE «dell’inusitato clamore mediatico della vicenda» ai suoi «riflessi internazionali» che hanno provocato «rumore», un’«improvvisa accelerazione nelle indagini» e la «spasmodica ricerca di uno o più colpevoli da consegnare all’opinione pubblica». Fretta che non ha certo giovato alla ricerca di una verità affidata agli accertamenti scientifici. La Corte cassa tutte le prove genetiche. «Le indagini genetiche sono state acquisite in violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali»: la genetica poteva diventare «prova», così non ha assunto nemmeno rango di indizio. I giudici attaccano l’acquisizione e la conservazione dei due reperti-chiave: la sorte «inquietante» del gancetto del reggiseno di Mez (46 giorni dopo il delitto, ndr) e il coltello, ritenuto l’arma del delitto, messo in una scatola di cartone.

PER ENTRAMBI – scrivono i giudici – la quantità esigua del campione non ha dato luogo alla seconda prova per l’attribuzione del dna, «necessario perché il risultato possa ritenersi affidabile». Scomparse le prove scientifiche – nell’ultima verità giudiziaria sul delitto di Mez – mancano nella stanza del delitto o sul corpo di Mez, «dato di incontrovertibile valenza» «tracce biologiche con certezza riferibili ai due imputati» quando invece ne sono state «rinvenute copiose sicuramente imputabili a Guede», il «reticente». La Cassazione taccia come «manifestamente illogico» il richiamo alla «pulizia selettiva». «Palesemente illogico» ancora, «ricostruire il movente dell’omicidio sulla base dei pretesi dissapori tra la Kercher e la Knox». I giudici non sposano la tesi del «gioco erotico» come scenario del delitto. Nel finale la Corte introduce un capitolo spinosissimo. «Pacifica la commissione dell’omicidio in via della Pergola, l’ipotizzata presenza nell’abitazione dei due ricorrenti non può, di per sè, essere ritenuta elemento dimostrativo di colpevolezza». C’erano, ma non c’è prova che abbiamo ucciso.

«LA PRESENZA di Amanda nella casa che fu teatro dell’omicidio è dato conclamato, alla stregua delle sue stesse ammissioni». I giudici credono al «memoriale» e al racconto di una Knox accovacciata in cucina mentre Mez viene violentata da Patrick Lumumba, dirà lei calunniandolo; e credono pure alle tracce miste di dna suo e della vittima. Non ha accusato Lumumba – scrivono – per «sottrarsi alla pressione psicologica», ma piuttosto l’americana potrebbe aver voluto «coprire Guede». Per Sollecito «resta forte il sospetto che egli fosse realmente presente nella casa di via della Pergola, la notte dell’omicidio, in un momento però che non è stato possibile determinare». La sorte degli ex fidanzati resta legata anche nel giorno del giudizio finale: l’assoluzione, seppur con la formula dubitativa.

ED È COSÌ che Raffaele si può sentire «vittima di un clamoroso errore giudiziario che rimarrà alla storia» e Amanda si dice «sollevata e molto contenta perché in queste motivazioni ci sono tutte le cose che abbiamo sempre sostenuto». Una sentenza che, per l’avvocato Luca Maori «apre la strada alla richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione» e che invece, secondo il legale dei Kercher, Francesco Maresca «dimostra la volontà da parte della giustizia italiana di mettere la parola fine su questa vicenda in ogni modo». Per lo storico pm del caso, Giuliano Mignini, dimostra invece come in Cassazione «ci siano sezioni contrapposte».