Matteo Massi Chiedere a un rapper di utilizzare un linguaggio rispettoso nei confronti di qualsiasi tipo d’istituzione, è una contraddizione in termini. Soprattutto musicale. Il rap nasce e si diffonde negli Stati Uniti come un genere musicale, in cui la parola ha un potere spropositato, rispetto alle basi...

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Chiedere a un rapper di utilizzare un linguaggio rispettoso nei confronti di qualsiasi tipo d’istituzione, è una contraddizione in termini. Soprattutto musicale. Il rap nasce e si diffonde negli Stati Uniti come un genere musicale, in cui la parola ha un potere spropositato, rispetto alle basi ritmiche, che sono spesso solo un sottofondo per le rime.

Con quel ‘motherfucking’ (la traduzione non è indispensabile, ci si arriva) che è diventato un intercalare – talvolta anche fastidioso, assai ripetitivo e di frequente un’inutile posa – i rapper non risparmiano nemmeno le (loro) madri. Detto tutto questo, la storia di Pablo Hasél è ancora più paradossale. Domenica per lui potrebbero spalancarsi le porte della prigione. Condannato a 9 mesi per apologia del terrorismo e della Corona.

La canzone più famosa di Hasél s’intitola “Juan Carlos, il bobo“ e il video inizia con una vecchia intervista del re ora emerito, andato in esilio da qualche mese perché, per sua stessa ammissione, la sua presenza in suolo spagnolo avrebbe arrecato un ulteriore danno all’immagine e all’onore della monarchia spagnola. Nell’intervista Juan Carlos sostiene che l’ex dittatore Franco è un "esempio vivente per il suo impegno patriottico al servizio della Spagna". La colpa di Hasél è di aver dato dello sciocco al re emerito anche per quelle dichiarazioni assai improvvide. Dove finisce la libertà d’espressione e soprattutto quella artistica (per quanto lo stile possa essere discutibile)? Non certo dovrebbe finire in carcere. Almeno nel Terzo Millennio.