Massimo

Donelli

Mettetevi il cuore in pace, voi nostalgici della vecchia Serie A. Vorreste tutte le partite giocate in contemporanea la domenica pomeriggio?

Spiacenti, non succederà mai più. Perché la salute del calcio dipende dai diritti tv. La salute delle tv si misura con il termometro dell’Auditel.

E se, com’è successo nell’ultimo week end, ogni singolo match ha il suo slot orario, l’Auditel registra ascolti più alti.

Così tutti, tv in testa, brindano. Giustamente. Basta, infatti, prendere l’ultimo campionato pre-pandemia, ossia la stagione 2018-2019, quando gli stadi erano ancora aperti al pubblico, e analizzare la torta dei ricavi, valore 2,722 miliardi, per scoprire che: 1) i diritti tv, coppe incluse, sono la fetta più grossa, 1,44 miliardi; 2) poi c’è il merchandising (maglie, bandiere, borse, tute etc.), che vale 650 milioni; 3) infine, gli incassi da stadio: misera fettina da 285 milioni.

Questi i numeri veri e misurabili. Poi, per arrivare al totale, bisogna fare un… atto di fede e credere che i rimanenti 350 milioni circa siano il frutto di reali plusvalenze, ossia di guadagni dalla compravendita di giocatori (in realtà, spesso si tratta di scambi di favori fra club per rispettare il fair play finanziario, con ragazzini valutati come top player…). Ergo, senza tv non c’è calcio. E la tv ragiona come Guido Nicheli, il mitico Dogui: "Lavoro, guadagno, pago, pretendo. Taaaac!". Capito, sbarbati?