Roberto Pazzi Qualche tecnologica intelligenza ha pensato di poter terminare le sinfonie di Beethoven, che sono nove, aggiungendo la decima, partendo da un appunto di quella sinfonia che era rimasta nella mente del creatore, ormai totalmente sordo ai suoni, non all’ispirazione. E là l’ispirazione del...

Roberto

Pazzi

Qualche tecnologica intelligenza ha pensato di poter terminare le sinfonie di Beethoven, che sono nove, aggiungendo la decima, partendo da un appunto di quella sinfonia che era rimasta nella mente del creatore, ormai totalmente sordo ai suoni, non all’ispirazione. E là l’ispirazione del genio doveva restare, per farci immaginare e per sempre come avrebbe potuto essere ascoltarla! Lo stesso misfatto consumerebbe qualche scultore, guidato da una macchina altrettanto mistificatrice, se completasse il non-finito di Michelangelo, in doppi perfetti di capolavori come le statue dei Prigioni o della Pietà Rondanini. O se si mettesse mani all’Incompiuta di Schubert, per rimanere in ambito musicale. Ma anche il poeta romantico Coleridge non finì il poemetto Kubla Khan, di cui restano solo poche bellissime centinaia di versi, e la cui ampia struttura integrale gli apparve in sogno, risvegliato da una scampanellata che dissolse anche la memoria dei versi mancanti.

Che mondo sarebbe se la tecnologia più sofisticata si mettesse a correggere l’imperfezione che sempre alita nella grandezza dell’opera e con la quale fa sempre i conti la mente creatrice nell’ansia di riuscire a terminarla? Perché un’opera è sempre incompiuta e infinita nella mente dell’artista, che cattura nella forma solo una parte della visione. La mano è più lenta a scrivere di quanto sia veloce a scorrere l’immaginazione. Forse solo il Verbo di Dio è riuscito a adeguarla all’atto nella creazione. In principio era il Verbo e il Verbo era Dio.