Roberto

Pazzi

La notizia di un decalogo proposto dal Wall Street Journal che codifica regole restrittive dello smart working incentrate sul diritto di spegnere la telecamera, riducendo a pura voce il contatto, mi pare di una gravità sconcertante. E tale da denunciare come un attentato a quel poco che rimane di naturale, diretto, autentico nei poveri rapporti umani dell’epoca del coronavirus, umiliati da una riduzione del contatto nelle scuole, come nelle sedi di lavoro, a una virtualità ogni giorno sempre meno sostenibile. Come si può pretendere di imporre a delle persone che si parlano a distanza ormai da un anno, di non guardarsi almeno negli occhi grazie alla telecamera? Che si accampi poi il diritto alla privacy per sostenere tale mutilazione della nostra socialità, parrebbe proprio uno zelo degno di miglior causa. Che almeno si consenta di continuare a vedere le forme del volto, il sorriso, il colore dei capelli, l’espressione degli occhi, il gesto delle mani, tutto quel contorno dell’umano, che ci rende persona e cioè irripetibile e inconfondibile esistente. Ridurci a voce, a eco di una entità nascosta nell’ombra, trasformarci in qualcosa di fantasmatico e robotistico mi pare davvero una resa vile alla pandemia.

La solitudine, a cui siano condannati da questo sciagurato miasma, è già abbastanza difficile da sopportare. Non graviamo le nostre esistenze con quest’ultima limitazione che ci trasforma in fantasmi.