di Achille Perego Una tassa minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali: l’accordo del G7 sulla proposta americana porterà davvero all’introduzione di questa rivoluzione fiscale anche in Europa? "La proposta degli Stati Uniti è assai credibile in quanto avanzata dalla nuova amministrazione Biden in connessione funzionale con la ampia manovra macroeconomica", spiega Carlo Garbarino, professore di Diritto Tributario e direttore dell’Osservatorio fiscale e contabile della Sda Bocconi. Tutto bene, quindi? "La proposta va portata in un contesto di negoziati multilaterali, dove è più difficile trovare...

di Achille Perego

Una tassa minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali: l’accordo del G7 sulla proposta americana porterà davvero all’introduzione di questa rivoluzione fiscale anche in Europa?

"La proposta degli Stati Uniti è assai credibile in quanto avanzata dalla nuova amministrazione Biden in connessione funzionale con la ampia manovra macroeconomica", spiega Carlo Garbarino, professore di Diritto Tributario e direttore dell’Osservatorio fiscale e contabile della Sda Bocconi.

Tutto bene, quindi?

"La proposta va portata in un contesto di negoziati multilaterali, dove è più difficile trovare un allineamento sugli aspetti sostanziali con tutti i Paesi che hanno interesse a incentivare le proprie multinazionali, esentando i redditi prodotti all’estero. Un fatto positivo è che l’Ue ha già annunciato che si uniformerà alle determinazioni che prenderà l’Ocse sulla global minimum tax, sapendo però che non si tratterà di uno strumento vincolante imposto da un organismo internazionale".

Se fosse applicata, la global tax frenerebbe la corsa al ribasso delle aliquote fiscali per incentivare la migrazione delle multinazionali?

"Senza dubbio. La tassa minima globale contrasta proprio gli effetti negativi della concorrenza fiscale. Ogni Paese potrà infatti applicare una tassa minima del 15% sui profitti delle multinazionali che hanno la residenza fiscale. Compresi quindi i redditi prodotti all’estero che, oggi, vengono rimpatriati, anche sotto forma di dividendi, usufruendo di esenzioni".

L’imposta dovrebbe riguardare solo un centinaio di multinazionali al mondo e pochissime italiane. Quanti incassi potrà generare per l’erario?

"Più che l’aspetto dell’aumento di gettito, che sarà modesto e comunque non piacerà alle multinazionali tascabili italiane, con la global minimum tax finalmente anche le grandi imprese transnazionali saranno sottoposte al dominio delle regole. Oggi, un cittadino italiano che produce redditi all’estero deve denunciarli e versare le tasse in Italia".

E invece le multinazionali?

"Le multinazionali, grazie ad arbitraggi e paradisi fiscali, no. Questa disfunzionalità, che non fa che aumentare la disparità tra ricchi sempre più ricchi (come i giganti di Internet) e i poveri (come le Pmi) cesserà".

Gli Usa, però, da sempre sono contrari alla digital tax europea, che è ancora sulla carta e che colpirebbe i loro colossi del web (Amazon, Google, Microsoft o Apple).

"Probabilmente gli Stati Uniti andranno al negoziato con l’Unione Europea all’interno dell’Ocse, ponendo la global minimum tax come alternativa alla digital tax. Si sono resi conto che, se non tassano le loro multinazionali, lo faranno gli europei, e dunque cercano di anticipare un compromesso. Io credo, però, che si tratti di un piatto negoziale improponibile".

L’Europa, e quindi l’Italia, non dovrebbe rinunciare alla digital tax, con la quale potrebbe guadagnare di più?

"Che si chiami così o in altro modo, va difesa la capacità di tassare i redditi prodotti dalle multinazionali con sede estera nel nostro Paese, altrimenti la global minimum tax sarebbe a favore solo degli Stati Uniti".