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25 mag 2022

L’intesa sui balneari è più vicina Ma fisco e guerra agitano il governo

Concessioni, trovata una mediazione. Pressing grillino sulle armi all’Ucraina: "Draghi venga in Parlamento"

25 mag 2022
antonella coppari
Cronaca
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein
Una manifestazione dei balneari contro la direttiva Bolkestein

di Antonella Coppari

La sua linea del Piave Draghi l’aveva illustrata l’altro giorno ai centristi: "Su tre punti non derogo: concorrenza, delega fiscale e politica estera". Per quanto riguarda il primo, il traguardo è a un passo: "L’intesa sulle concessioni balneari in realtà non è ancora stata raggiunta, ma sono fiducioso", confermava ieri sera Matteo Salvini. In realtà la minaccia più temuta è stata sventata in mattinata nel vertice della maggioranza con il governo: diffuso era il timore che il Carroccio rifiutasse di votare in commissione il resto del disegno di legge, mettendo in coda le concessioni. In tal modo il Senato, anche con la fiducia, avrebbe dovuto approvare il testo base, senza le modifiche su cui i partiti avevano già trovato una’intesa. Invece i leghisti hanno dato il semaforo verde, prova evidente di quanto fosse vicina la quadra sui balneari. Basata sulla riformulazione della norma – preparata dal sottosegretario forzista Pichetto Fratin e dal ministro leghista Garavaglia – ancora oggetto di trattativa in vista dell’ennesimo vertice di maggioranza che ci sarà oggi. Il testo in ogni caso sarà licenziato dalla commissione domani, arriverà in aula il 30 maggio per essere approvato nella stessa giornata, entro la deadline fissata da Supermario.

Sul secondo punto che il premier considera tassativo, la delega fiscale – cioè in concreto la riforma del catasto – regge per ora la mediazione raggiunta dopo mesi di trattative. Molto più spinoso il capitolo politica estera: significa guerra, significa soprattutto una frattura molto profonda nella maggioranza sul nodo delle armi fornite all’Ucraina. Ieri i 5 Stelle hanno chiesto di nuovo che Draghi si presenti in aula prima del Consiglio europeo straordinario del 30 maggio. Per questo hanno votato con l’opposizione contro il calendario dei lavori del Senato, a differenza del resto della maggioranza. Per non far emergere queste divisioni, finora Draghi ha evitato la conta in aula.

Sarà però costretto a rivolgersi al Parlamento – con vere comunicazione e dunque con risoluzioni da mettere ai voti – prima della riunione europea del 23 giugno: sarà il momento della verità. Un passaggio ad altissimo rischio, ma il presidente del consiglio è determinato a non concedere nulla ai grillini: "Vogliono cambiare linea sulla politica estera? Si trovino qualcun altro da mettere al mio posto".

C’è però un ulteriore passaggio delicatissimo che, seppure non figura nella lista del premier, è pericoloso: il decreto Aiuti. Comprende la norma in base alla quale il sindaco di Roma potrà costruire il termovalorizzatore nella Capitale. Su quel punto i 5 Stelle assicurano che non cederanno. La possibilità di arrivare a una spaccatura nella maggioranza è concretissima: se poi dovesse essere posta sul decreto la questione di fiducia l’incidente sarebbe fatale. Prova difficile per la maggioranza ma forse ancora più difficile per la coalizione di centrosinistra. Uno scontro frontale sul termovalorizzatore significherebbe quasi certamente il declino di ogni possibile alleanza tra Letta e Conte alle prossime politiche.

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