Amanda Gorman
Amanda Gorman
"Non bisogna essere una balena per scrivere Moby Dick". Parola di Nero Wolfe che pure era grande e grosso, ma d’ingegno sottilissimo. L’avesse detta oggi una frase così, non sarebbe passata liscia. I social l’avrebbero massacrato in nome del politicamente corretto, visto che i giganti del mare sono ormai una minoranza. A pensarci bene, però, è l’eccezione che conferma la regola: trattasi di balena bianca e dunque non occorre proteggerla. Tempi duri per i troppo chiari. L’ultima vittima del razzismo all’incontrario è l’olandese Marieke Lucas Rijneveld, trentenne scrittrice chiamata dal suo editore a tradurre i versi dell’afro-americana Amanda Gorman. E cioè la giovane poetessa (o forse va detto: la poeta) che ha incantato mezzo mondo alla cerimonia d’insediamento di Joe...

"Non bisogna essere una balena per scrivere Moby Dick". Parola di Nero Wolfe che pure era grande e grosso, ma d’ingegno sottilissimo. L’avesse detta oggi una frase così, non sarebbe passata liscia. I social l’avrebbero massacrato in nome del politicamente corretto, visto che i giganti del mare sono ormai una minoranza. A pensarci bene, però, è l’eccezione che conferma la regola: trattasi di balena bianca e dunque non occorre proteggerla. Tempi duri per i troppo chiari.

L’ultima vittima del razzismo all’incontrario è l’olandese Marieke Lucas Rijneveld, trentenne scrittrice chiamata dal suo editore a tradurre i versi dell’afro-americana Amanda Gorman. E cioè la giovane poetessa (o forse va detto: la poeta) che ha incantato mezzo mondo alla cerimonia d’insediamento di Joe Biden e al Super Bowl. "Il compito dev’essere affidato a una artista impenitentemente nera, l’unica che può cogliere certe profondità del pensiero", ha sentenziato l’attivista Janice Deul, originaria del Suriname. A pentirsi di aver accettato l’incarico è stata la bionda Marieke, sotto choc, che ha abbandonato all’istante la traduzione: "Capisco il clamore e chi si è si è sentito ferito dalla scelta della casa editrice".

Il mea culpa pare eccessivo. Figlio indesiderato della cancel culture, quella cultura della cancellazione che rivede, corregge o addirittura elimina i classici di arte, letteratura, cinema, teatro e musica. Tutti bollati di razzismo. L’ondata del politicamente corretto (e irrazionalmente stupido) ha pesantemente travolto Hollywood: gli Oscar del prossimo anno esalteranno le minoranze etniche, a prescindere dalla qualità. La cerimonia dei Golden Globe, l’altra notte, è stata il manuale Cencelli del gender equality, l’uguaglianza di genere che usa il napalm contro il sessismo. Capolavori fino a ieri indiscutibili sono finiti nel mirino a partire dai più celebrati cartoni Disney come Peter Pan, Dumbo e gli Aristogatti. Gli Stati Uniti hanno appena messo al bando sei libri del Dr. Seuss, uno dei più amati autori per bambini, quello del Grinch per capirci: "Contengono immagini e stereotipi razzisti", è il verdetto che li relega nell’oscurità. Non c’è da stupirsi. La scuola più prestigiosa di Filadelfia ha bandito dai programmi Huckleberry Finn, il libro di Mark Twain che Hemingway definiva origine della letteratura americana moderna.

Perfino l’intoccabile Giuseppe Verdi se la passa maluccio. "L’Aida è un concentrato di colonialismo e sessismo", ha decretato la regista Lotte de Beer. Tanto che nell’allestimento all’Opéra Bastille ha preteso in scena una cantante etiope per pareggiare le cose: ma il bianco condottiero Radamès – ci si chiede – non muore forse per amore assieme alla bella principessa nera? E questo è ancora niente. Sulla scia del Metropolitan di New York, il direttore dell’Opéra parigina ha creato l’ufficio delle diversità, affidato a un professore senegalese. Molti classici saranno epurati con un colpo di ramazza dal repertorio lirico, a suo insindacabile giudizio.

Cadono rumorosamente altre teste dopo quelle delle statue di Colombo, condannato in contumacia per genocidio e ghigliottinato senza pietà. Chi sarà il prossimo? Sembra la trama dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, best seller di tutti i gialli. Un romanzo finito peraltro nella lista degli indiziati di reato proprio per il titolo originale made in Usa: Ten little niggers, ovvero dieci piccoli negri. Il revisionismo ha messo tra i sospetti Indovina chi viene a cena?, il film di Stanley Kramer del ‘67 indicato da sempre come modello di antirazzismo. Colpa della tata che a un certo punto esclama: "Questa casa è infestata dai negri". Frase esecrabile, se non fosse che lo è anche lei. Dice Carlo Verdone: "Il politicamente corretto è una patologia, non puoi scrivere una sceneggiatura senza che qualcuno si offenda. Ne abbiamo le palle piene". Sarebbe ora che del tema si occupasse un libro bianco, absit iniuria verbis.