Gianna Fratta
Gianna Fratta
È la prima della classe sempre e in tutto: come fa? "Messa così sembra chissà cosa, però, insomma, un po’ è vero. La risposta è una moltiplicata per tre parole: studiare, studiare, studiare. Questo vale in particolare per una donna che cerca di farsi strada in campi tradizionalmente non suoi". Gianna Fratta, classe 1973, nata a Erba con midollo pugliese, vanta una serie di record difficilmente eguagliabili. Breve riepilogo: formazione accademica in pianoforte e composizione con il massimo dei voti, dieci e lode in direzione d’orchestra, insegnante al conservatorio già a 19 anni. Per non farsi mancare nulla, nei ritagli di tempo ha preso la laurea in Legge. Ma soprattutto: è stata la prima donna a dirigere i Berliner Symphoniker, l’orchestra del Petruzzelli di Bari, la Sinfonica di Macao, il concerto di Natale in Senato. E la prima italiana sul podio dell’orchestra dell’Opera di Roma. Una secchiona anche a scuola da ragazza? "La realtà è che sono veloce nell’apprendimento e questo mi permette di stare sui libri tanto, ma comunque meno degli altri. Avevo un compagno di classe che si chiama Vito, era abbonato al banco dietro al mio. Io sporgevo di lato il compito, lui copiava e lo passava agli altri. Ero molto amata. E poi dormo poco, lo...

È la prima della classe sempre e in tutto: come fa? "Messa così sembra chissà cosa, però, insomma, un po’ è vero. La risposta è una moltiplicata per tre parole: studiare, studiare, studiare. Questo vale in particolare per una donna che cerca di farsi strada in campi tradizionalmente non suoi". Gianna Fratta, classe 1973, nata a Erba con midollo pugliese, vanta una serie di record difficilmente eguagliabili. Breve riepilogo: formazione accademica in pianoforte e composizione con il massimo dei voti, dieci e lode in direzione d’orchestra, insegnante al conservatorio già a 19 anni. Per non farsi mancare nulla, nei ritagli di tempo ha preso la laurea in Legge. Ma soprattutto: è stata la prima donna a dirigere i Berliner Symphoniker, l’orchestra del Petruzzelli di Bari, la Sinfonica di Macao, il concerto di Natale in Senato. E la prima italiana sul podio dell’orchestra dell’Opera di Roma.

Una secchiona anche a scuola da ragazza?

"La realtà è che sono veloce nell’apprendimento e questo mi permette di stare sui libri tanto, ma comunque meno degli altri. Avevo un compagno di classe che si chiama Vito, era abbonato al banco dietro al mio. Io sporgevo di lato il compito, lui copiava e lo passava agli altri. Ero molto amata. E poi dormo poco, lo considero tempo sprecato: più vite ritagli, più sogni puoi realizzare".

Il suo sogno è stato la musica dall’inizio?

"Nella mia famiglia non c’erano musicisti. I miei mi hanno mandata a lezione di piano, non volevano facessi solo nuoto e sci. Me la cavavo bene. Avevo nove anni quando il maestro ci ha invitati a teatro. Lui era il direttore, nel buio, una gloria di luce sulla partitura, la bacchetta a tracciare la via agli orchestrali. Una folgorazione. Uscendo ho detto: da grande sarò come lui".

E i genitori?

"Non ci hanno creduto. Comunque mi hanno permesso di fare a modo mio, da adolescente ho viaggiato molto. Per sdebitarmi ho preso il famoso pezzo di carta, ci tenevano: alla laurea grande festa, famiglia riunita al completo. Mai visti così tanti parenti a un mio concerto".

Lei però voleva salire sul podio. Quanto le è costato?

"Ho lavorato duramente per arrivarci. Tutto ha un prezzo. Ho costruito carriera e personalità da sola, passo per passo, senza lobby alle spalle. Con la testa e con l’anima, cercando di completare la mia formazione a 360 gradi".

È stata la pupilla del maestro Ahronovitch: che cosa pensava di lei?

"Il suo giudizio è una medaglia al valore: non ho mai conosciuto un direttore così giovane e già così dotato di cuore e di braccio. Mi raccomandò di non avere dubbi sul talento e aggiunse che ero nata per dirigere l’orchestra".

Aveva dei dubbi?

"Chi non ne ha, specie al principio. Li ho sciolti con il rigore, la dedizione, l’attenzione ai particolari, il rispetto per la partitura, la voglia, la passione. Ho detto no a molte proposte quando ero consapevole di non essere pronta".

Che cos’ha di speciale il podio?

"È un tumulto emotivo. Il ponte di comando, una piccola isola fra due moltitudini: orchestra e coro davanti, il pubblico alle tue spalle. Un metro quadrato di responsabilità".

Un posto di potere?

"Non lo vedo così. Certo devi esercitare la leadership, ma quella deriva dalla fiducia di chi divide la musica con te in quel momento".

Direttore o direttrice? Maestro o maestra?

"Mi batto per il termine al femminile. La parola esiste, non viene usata perché è desueta. La lingua deve adeguarsi alla società che cambia velocemente. Lo richiede la storia".

La sua collega Beatrice Venezi pensa all’opposto: si definisce direttore d’orchestra.

"Quella frase a Sanremo ci ha riportate indietro di mezzo secolo. Un’occasione persa, sul palco del Festival davanti a una platea televisiva sterminata. È passato il concetto che la declinazione al maschile conferisca maggiore autorevolezza. Messaggio retrogrado e diseducativo. La negazione del processo di civiltà".

Nel 2009 è stata nominata Cavaliere della Repubblica. Cavaliere, non Cavaliera: le dispiace?

"Ero accanto a donne di grande valore come Fabiola Gianotti, Nives Meroi, Samantha Cristoforetti. Anche il cerimoniale si adeguerà prima o poi".

Sul podio indossa il frac: non è una contraddizione?

"Ci sto comoda, è un abito maschile solo nell’immaginario collettivo. Mi sento a mio agio anche con lo smoking. Camicia bianca, gemelli ai polsi e papillon. Scarpe con pochissimo tacco. L’abito da sera scollato sarebbe una distrazione e basta".

Aveva modelli femminili quando ha cominciato?

"L’unico punto di riferimento era Elisabetta Maschio, dieci anni più di me. Il suo cognome è un’ironia della sorte".

Adesso siete tante?

"Sempre di più. Alcune straordinarie".

Perché nessuna di voi ha mai aperto la stagione della Scala?

"Non solo la Scala. Nessuno dei 13 enti lirici italiani ha una donna come direttrice musicale. Il cammino è lungo".

Il maestro Renzetti dice che il mondo della musica è polveroso: concorda?

"Puzza un po’ di stantio e non attira il pubblico giovane. Si esprime con schemi vecchi. Io credo nello spettacolo multidisciplinare, la cultura coniugata alla tecnologia: effetti speciali, ologrammi, realtà aumentata".

Insegna in conservatorio: com’è con gli allievi?

"Sono una che boccia. Non posso essere loro amica: per quanto severa sia, lo sono sempre meno della vita. Raccomando ai ragazzi e alle ragazze di avere coraggio. Servono tanto studio, tenacia, ambizione".

Ha sposato la musica. E due anni fa Piero Pelù.

"Ci siamo conosciuti in Calabria, presentati da amici comuni durante una vacanza. La musica è stata il nostro primo collante. Poi è venuta l’unione dei caratteri".

Siete il Diablo e la Regina di cuori?

"È divertente. Andiamo l’uno ai concerti dell’altra e condividiamo lo stesso mondo. L’opera e la classica sono molto rock. Piero mi ha insegnato a conoscere meglio i Beatles e gli Stones, io ho messo sul piatto Puccini. Ci siamo trovati. Sono una donna indipendente e trasgressiva, più rockettara di lui nella vita".

Ecco, la vita: nella sua non c’è stato spazio per i figli. Rimpianti?

"Non l’ho sentita come una rinuncia: sarebbe stato impossibile fare la madre. Ho sostituito il passaporto tre anni prima della scadenza perché non c’erano più pagine per i timbri. Sempre in viaggio, dritta come un treno. Ora sono a Hong Kong dove dirigo la Carmen. Amo il suo canto: giammai cederà, libera è nata e libera morirà".