Matteo

Massi

Non può essere solo l’effetto nostalgia. Perché per quanto possa essere canaglia la nostalgia dopo un po’ si cheta. Soprattutto nelle notti d’estate. E allora come provare a spiegare che a quasi tre settimane dalla morte di Raffaella Carrà, una replica del suo “Carràmba che sorpresa“ vince il prime time, tenendo incollate al televisore più di due milioni d’italiani?

La spiegazione più facile viaggia dalla Spagna a Tokyo, senza soluzione di continuità. Nella seconda patria di Raffaella hanno fatto le corse per arrivare per primi e dedicarle un monumento. Nel villaggio olimpico, l’altro giorno, rispettando le norme anti Covid, le nostre pallavoliste festeggiavano il compleanno di Alessia Orro, ballando e cantando la Carrà. E se non basta si può sempre dare un’occhiata alle classifiche di Spotify (non solo quella italiana) in cui spopolano le canzoni della Raffa. Ecco perché non può essere solo l’effetto nostalgia. La Carrà si è insinuata nelle nostre vite, per rimanerci. Se c’è qualcuno che in modo decisamente più prosaico (ovviamente) si è avvicinata al concetto di mito (non solo televisivo), questa è lei. Esagerato? Fino a metà degli anni Novanta nel linguaggio comune non era nemmeno contemplata la parola “carrambata“. Che invece è diventata di uso corrente, ispirandosi proprio a quella trasmissione, senza poi conoscere l’usura del tempo. E gli ascolti dell’altra sera ce lo ricordano. Ancora una volta.