Se ci pensate bene è paradossale. Durante la prima ondata, quando il virus era letale, la stragrande maggioranza di chi si ammalava di Covid non riusciva neanche a farselo diagnosticare. Molti sono morti senza essere neppure classificati come vittime del Covid. Il tracciamento dei positivi era quasi impossibile. Molti erano i malati – e di una malattia grave –, pochissimi i positivi ufficiali. Oggi pochi sono i malati – e di una malattia quasi sempre lieve – e moltissimi i positivi ufficiali. Ancor più numerose sono le persone non positive ma bloccate perché "contatti stretti" con positivi. L’Italia è paralizzata per eccesso di diagnosi.

Oggi chi scopre di essere positivo non si preoccupa più di finire intubato o sottoterra: a rischio ci sono solo i No vax e le persone molto anziane o molto debilitate da altre patologie. Oggi chi scopre di essere positivo si preoccupa del mostro burocratico che sta per divorarlo, o perlomeno per segregarlo in casa chissà fino a quando. Prenotare un tampone è un’impresa: sia quello per scoprire se si è positivi, sia quello per scoprire se si è tornati negativi. Non si capisce più niente. I tamponi nei centri privati sono accettati? Per qualche Asl sì, per qualche altra no: ma anche all’interno di ogni singola Asl chi ha la fortuna di farsi rispondere al telefono si imbatte in varie scuole di pensiero. E i tamponi antigenici valgono? Se sì, di quale generazione? E le farmacie? E chi segnala le positività, e chi le guarigioni? E i Green pass revocati, chi li ripristina e quando?

Gli uffici della sanità pubblica sono andati in tilt. E non ce la sentiamo di gettare loro la croce addosso. Fanno quello che possono, a fronte di un sovraccarico di lavoro la cui necessità andrebbe rivalutata dal Cts e dal ministro Speranza. Lo so che porta rogna dire che questa "è solo un’influenza": qualcuno lo disse anche due anni fa, e mal gliene incolse. Però non ci si può neppure fasciare la testa prima di ferirsela. Oggi la situazione è più o meno (forse meno...) la stessa di quella di un’influenza stagionale. Vi immaginate se ogni anno, per l’influenza, fosse stato chiesto un tampone e l’isolamento dei congiunti? L’Italia sarebbe tornata all’età della pietra.

Oggi è, semplicemente, paralizzata. E questo – ripeto – non per colpa degli uffici pubblici, ma perché sono ancora in vigore cautele e restrizioni decise quando non c’erano ancora i vaccini e quando il virus era più aggressivo. Oggi quelle norme non hanno più senso, anche e soprattutto perché nessuno è in grado di reggerne il peso: né la macchina burocratica, che s’è inceppata, né tantomeno i cittadini. E allora piuttosto rendiamo obbligatorio il vaccino, che impedisce la malattia, e poi torniamo a vivere.