Raffaele Marmo La "pax draghiana" è stata il frutto della necessità più che della scelta dei partiti: è stata saggiamente voluta e determinata dal Presidente della Repubblica di fronte al fallimento del governo Conte, per di più dopo l’infelice tentativo di rianimare un corpo morto. Leader e gruppi politici, a quel punto, hanno fatto buon viso a cattivo gioco e hanno accettato...

Raffaele

Marmo

La "pax draghiana" è stata il frutto della necessità più che della scelta dei partiti: è stata saggiamente voluta e determinata dal Presidente della Repubblica di fronte al fallimento del governo Conte, per di più dopo l’infelice tentativo di rianimare un corpo morto. Leader e gruppi politici, a quel punto, hanno fatto buon viso a cattivo gioco e hanno accettato quella sorta di commissariamento dell’azione di governo che Draghi ha chiesto per far tornare in carreggiata il Paese sia sul fronte del contrasto della pandemia sia su quello della ripresa economica e della prima attuazione del Recovery Plan.

Ma, passati i mesi cruciali tra la primavera e l’estate, in autunno sono tornati i riti, i vizi e le sceneggiate di sempre collegati alla legge di Bilancio, con tutti i partiti impegnati a rispondere a lobby e platee elettorali di riferimento. Un esercizio che mette oggettivamente in difficoltà il premier perché costretto alle mediazioni estenuanti del passato, quando, invece, l’interesse nazionale richiederebbe una politica economica meno correlata al "particulare" di ogni gruppo e più protesa a sostenere coralmente la crescita spontanea del Pil.

Come non bastasse, a rendere ancora più complicato l’attraversamento dello stretto che porta al 2022 è il risiko per il Quirinale: il grande gioco di società dell’autunno-inverno che vede i protagonisti della politica alle prese con candidature e trame che compaiono e scompaiono come sul palcoscenico di un teatro di ombre, sul quale nessuno si fida più di nessuno e tutti guardano, ancora una volta, alle mosse dell’ex numero uno della Bce.

Il rischio per tutti e, principalmente, per il Paese è non solo quello di vanificare i risultati ottenuti in questo ultimo periodo sul piano sanitario e su quello socio-economico, ma anche quello di bruciare il solo leader-non leader capace di garantire allo Stato autorevolezza e rispetto dentro e fuori i confini nazionali.