Il pm Paolo Storari, 55 anni, all’uscita dalla Procura Generale della Repubblica a Roma
Il pm Paolo Storari, 55 anni, all’uscita dalla Procura Generale della Repubblica a Roma
di Mario Consani E il cerino acceso finirà alla procura di Brescia. Interrogato ieri dai suoi colleghi di Roma, che hanno aperto un fascicolo per rivelazione di segreto d’ufficio, il pm milanese Paolo Storari ha spiegato di aver consegnato non nella capitale ma a Milano – all’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo – gli ormai famosi verbali (in teoria) segreti dell’avvocato ex Eni, Piero Amara, sulla fantomatica loggia massonica Ungheria. Dunque il reato (se c’è) si sarebbe consumato nel capoluogo lombardo e l’indagine dovrebbe spettare, in base al codice, alla procura bresciana competente quando in ballo ci...

di Mario Consani

E il cerino acceso finirà alla procura di Brescia. Interrogato ieri dai suoi colleghi di Roma, che hanno aperto un fascicolo per rivelazione di segreto d’ufficio, il pm milanese Paolo Storari ha spiegato di aver consegnato non nella capitale ma a Milano – all’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo – gli ormai famosi verbali (in teoria) segreti dell’avvocato ex Eni, Piero Amara, sulla fantomatica loggia massonica Ungheria. Dunque il reato (se c’è) si sarebbe consumato nel capoluogo lombardo e l’indagine dovrebbe spettare, in base al codice, alla procura bresciana competente quando in ballo ci siano magistrati di Milano. Ad ogni modo i vertici delle due procure – Roma e Brescia – si vedranno martedì. "Quello che è tecnicamente avvenuto – dice l’avvocato di Storari, Paolo Della Sala – è che delle informazioni, perché i verbali non sono che il supporto di informazioni, sono state comunicate a una persona autorizzata a riceverle. Il dottor Davigo era persona autorizzata a ricevere quegli atti, tale si era qualificato, e in tal senso aveva autorizzato il dottor Storari".

Lo stesso pm Storari è però al centro della relazione molto critica che il suo capo Francesco Greco, numero uno della procura milanese, ha depositato due giorni fa al procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, che ora potrebbe inviare il dossier al pg di Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe. Questa storia davvero complicata parte dall’indagine sul cosiddetto ’falso complotto Eni’, nella quale si ipotizzava un tentativo di depistare l’inchiesta sulla presunta maxi tangente pagata in Nigeria dal colosso energetico, ritenuta però inesistente dai giudici al termine del processo di primo grado celebrato a Milano nei confronti dei vertici Eni, tutti assolti.

Il fascicolo sul ’falso complotto’ venne aperto 4 anni fa, affidato al pm Storari e al procuratore aggiunto Laura Pedio, e non è ancora chiuso. I verbali sulla loggia Ungheria narrata dell’avvocato Amara (sorta di ’pentito’ divenuto teste d’accusa contro l’Eni per l’affare nigeriano) vennero raccolti a dicembre 2019 proprio nell’ambito di quell’indagine. E consegnati ad aprile al consigliere Csm Davigo dal pm Storari "per autotutelarsi", vista l’inerzia (dice lui) dei vertici della procura di Milano.

Per il procuratore Greco, invece, gli accertamenti vennero fatti ma con prudenza e cautela. I primi tre nomi, tra cui lo stesso Amara, vennero iscritti per associazione segreta nel maggio 2020. Secondo la ricostruzione di Greco fu piuttosto Storari a danneggiare le indagini, facendo uscire quelle carte segretate all’insaputa dei vertici dell’ufficio. Poi, in una riunione a settembre, venne deciso di trasmettere gli atti alla procura di Perugia perché l’ex legale esterno dell’Eni tirava in ballo diversi magistrati romani. Storari, invece, solo un mese fa informò Greco del fatto che aveva consegnato le carte a Davigo un anno prima, perché solo in quel momento (ha spiegato) seppe che la procura romana stava indagando sull’ex segretaria di Davigo per la diffusione ai giornali di quelle carte. Uno spiacevole rompicapo.