Raffaele Marmo Non è di sicuro l’altero governo dei professori di Mario Monti. Ma non è neanche il governo di decantazione di Lamberto Dini del ’95 o quello semi-politico di Carlo Azeglio Ciampi del ’93. È un governo di unità nazionale in senso stretto, rotondamente politico che di tecnico ha quello che serve, ma che, semmai, affonda le radici nella nascita della Repubblica. E al...

Raffaele

Marmo

Non è di sicuro l’altero governo dei professori di Mario Monti. Ma non è neanche il governo di decantazione di Lamberto Dini del ’95 o quello semi-politico di Carlo Azeglio Ciampi del ’93. È un governo di unità nazionale in senso stretto, rotondamente politico che di tecnico ha quello che serve, ma che, semmai, affonda le radici nella nascita della Repubblica. E al primo esecutivo di Alcide De Gasperi che si deve guardare, a quel consesso nel quale sedevano insieme il capo della Dc e Palmiro Togliatti, ma anche Pietro Nenni, Manlio Brosio e Ugo La Malfa.

Poco vale il confronto sui nomi, figli dello spirito dei tempi, quelli di allora e quelli di oggi, mentre quel che conta è la cifra della compagine: e questa è eminentemente politica e dà una luce più profonda all’operazione avviata e portata avanti dal duo Mattarella-Draghi.

Il governo dei due Presidenti non è nato, insomma, per dare uno schiaffo alla politica, per certificare il fallimento di un’intera classe di maggioranza e opposizione, per commissariare partiti e leader. La volontà del Capo dello Stato, semmai, è stata quella di chiamare tutti alla comune responsabilità della condivisione delle scelte nella più grave crisi della Nazione, paragonabile solo a quella vissuta nel Dopoguerra. E non a caso ha chiamato non un algido professore bocconiano, come fece con Monti Giorgio Napolitano, quando di fatto espropriò la politica della sua funzione e mise partiti a Parlamento con le spalle al muro. No, ha chiamato il più politico dei banchieri centrali, il più politico dei grand commis della Prima e della Seconda Repubblica, l’uomo che ha fatto capire all’Europa che la moneta non è tecnica, ma è politica, tenendo testa a personaggi come il capo della Bundesbank Jens Weidmann o come il ministro greco dell’Economia Gianis Varoufakis. Ma anche l’uomo che fa con quello che trova: alla Bce si è portato solo uno dei suoi. E tanto è bastato.