Pistoia, 1 agosto 2020 - «Levitavo e basta come fanno tutte le persone normali«. Una vita sospesa, o meglio una vita trascorsa nel tentativo di sospendersi, quella di Anteo Aldobrandi, protagonista de «Il levitatore« (Quodlibet), ultima fatica di Adrian Bravi. L'autore italo-argentino è stato ospite della rassegna di incontri letterari «Fuori Cartellone» organizzata dalla Libreria indipendente Les Bouquinistes nel Chiostro del Conservatorio di San Giovanni (ingresso dalla Fondazione Luigi Tronci, corso Gramsci 37). A parlare con lui ci sarà Matteo Moca.

Chi è il levitatore?

Anteo Aldobrandi che a quattordici anni, seduto su un cuscino, davanti a un minuscolo sarcofago (il tutankamino) col dito di suo padre dentro, si sente sollevato da una misteriosa forza cosmica che lo tira su. Da allora non ha mai cessato di staccarsi da terra fino a quando, all’età di quarant’anni circa un postino gli recapita una busta verde pastello con una denuncia dentro che lo legherà sempre di più a terra.

Potere metafisico, forma di resistenza, ossessione...cosa significa per anteo levitare?

Per Anteo la levitazione è un bisogno vitale del quale non può fare a meno. Lo fa quasi come una necessità, al chiuso, senza farsi vedere da nessuno. Non ha niente di miracoloso o di malefico. Anteo levita solo per staccarsi da terra e per ordinare le sue micro idee. È una persona morigerata, gli basta solo qualche centimetro, non ha ambizioni di salire troppo in alto.

Anteo si sospende, un po’come il calviniano cosimo ne «il barone rampante», da dove arriva l’idea del libro?

Al «Barone Rampante« aggiungo l’inizio del film «Birdman» di Alejandro González Iñárritu, quando Michael Keaton, nel ruolo di un vecchio attore che cerca di allontanarsi della figura del supereroe che lo ha reso celebre, si trova sospeso in aria a mezzo metro dal pavimento. Quell’immagine mi era piaciuta molto. Mi hanno sempre affascinato le persone che riescono a sgravitarsi e a rimanere sospese in aria, non per svincolarsi dalla realtà, ma per viverla più intensamente.

Scrivere in italiano per lei è, in questo senso, una forma di levitazione?

È molto probabile, perché l’italiano, che ormai è diventata la mia lingua principale, anche se non la domino come vorrei, mi ha dato la possibilità di confrontarmi con un altro ritmo linguistico e con uno stile che prima, forse, non possedevo, quando scrivevo in spagnolo.

Infine, levitatore si nasce o si diventa?

Secondo l’io narrante di questo libro, si diventa, ma non si può mai sapere. Farebbe bene a tutti se riuscissimo a farci una levitatina ogni tanto, giusto per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Gaia Angeli