di Aldo Baquis Un foro non grande sul selciato. Questo è quanto i guardiani del carcere di massima sicurezza Gilboa (Israele nord) hanno trovato dopo essersi accorti – con ore di ritardo – che dalla cella 5 del settore 2 si erano dileguati sei detenuti palestinesi protagonisti di sanguinosi attentati per conto della Jihad islamica e di al-Fatah. La fuga e la beffa: il foro di uscita si trovava proprio ai piedi di una delle torrette di guardia disposte attorno alle mura. La strada verso libertà era a quel punto vicina. Tredici chilometri più a sud, in Cisgiordania, si trova Jenin, la loro città di origine. Se invece hanno preferito puntare verso est, a 14 chilometri c’è il sonnolento confine con la Giordania. Da lì la speranza di raggiungere qualsiasi località nel mondo arabo. "Una catastrofe", ha commentato...

di Aldo Baquis

Un foro non grande sul selciato. Questo è quanto i guardiani del carcere di massima sicurezza Gilboa (Israele nord) hanno trovato dopo essersi accorti – con ore di ritardo – che dalla cella 5 del settore 2 si erano dileguati sei detenuti palestinesi protagonisti di sanguinosi attentati per conto della Jihad islamica e di al-Fatah. La fuga e la beffa: il foro di uscita si trovava proprio ai piedi di una delle torrette di guardia disposte attorno alle mura. La strada verso libertà era a quel punto vicina. Tredici chilometri più a sud, in Cisgiordania, si trova Jenin, la loro città di origine. Se invece hanno preferito puntare verso est, a 14 chilometri c’è il sonnolento confine con la Giordania. Da lì la speranza di raggiungere qualsiasi località nel mondo arabo. "Una catastrofe", ha commentato un responsabile del servizio carcerario anche perché i fuggiaschi – che hanno messo alla berlina i sofisticati sistemi di sicurezza israeliani – sono personalità di spicco fra i palestinesi.

Il più noto è Zacharia Zubeidi (45 anni), ex comandante a Jenin dei Martiri di al-Aqsa, una delle ali militari di al-Fatah attive nella seconda intifada. Ex sostenitore degli accordi di Oslo fra Arafat e Rabin, fluente in ebraico e compagno di una attivista ebrea, poi terrorista fomentatore di attentati fra i civili israeliani, poi riassorbito con una amnistia israeliana nella vita civile con attività teatrali, e quindi tornato alla lotta clandestina. Con lui si sono lanciati nella fuga cinque membri dell’ala militare della Jihad islamica, fra cui quello che è considerato il ‘cervello’ della evasione: Mahmud Abdallah al-Arida (46 anni), noto come l’Emiro.

La loro impresa ha scatenato un’ondata di euforia nelle strade della Cisgiordania. Sul web i disegnatori palestinesi hanno subito mostrato una gabbia israeliana disintegrata, con uccelli palestinesi in volo verso la libertà e anche un goffo militare israeliano, ormai impotente di fronte al foro sul selciato.

Dalle prime indagini risulta che la fuga sia stata progettata con grande perizia, sfruttando anche difetti nelle strutture del carcere. Il foro di uscita dalla cella si trovava sotto al bagno. Da lì, sette anni prima, altri detenuti avevano già tentato una fuga. Secondo Arieh Yaakov, il comandante del servizio carcerario, Zubeidi, al-Arida e i loro compagni non hanno scavato un tunnel vero e proprio ma "hanno piuttosto sfruttato difetti nella struttura della prigione". Una sua parte si basa infatti su pilastri, attraverso i quali – una volta superato uno strato di cemento – è possibile passare. Gli scavi avrebbero riguardato semmai l’ultimo tratto dell’itinerario sotterraneo, sotto la torretta di guardia. Circa la struttura di quello che è considerato un carcere di massima sicurezza i detenuti possedevano dunque preziose informazioni di intelligence. Sapevano di certo che nel carcere Gilboa non era stata messa in funzione la schermatura dei telefoni cellulari concepita per impedire ai reclusi contatti col mondo esterno. La direzione del Gilboa, secondo i media, aveva rinunciato ad attivarla per non rischiare sommosse fra i 400 pericolosi dirigenti della intifada rinchiusi fra le mura.

Dunque con grande probabilità per organizzare la fuga gli evasi erano riusciti a trafugare un cellulare. Sapevano poi che il pattugliamento esterno del perimetro del carcere, previsto dai regolamenti dopo il precedente tentativo di evasione, non era stato attivato, forse per ristrettezze di bilancio. I responsabili alla sicurezza hanno poi appreso con sgomento che sono trascorse oltre due ore fra un primo allarme lanciato dalla polizia – per l’avvistamento notturno di persone sospette nei campi vicino al carcere – e la scoperta della evasione. Zubeidi, al-Arida e i loro compagni hanno inferto un colpo severo al mito della efficienza della sicurezza israeliana. Hanno elettrizzato migliaia di palestinesi detenuti in Israele, i loro familiari nei Territori e le loro leadership politiche. Potrebbero inoltre aver innescato – e questo è uno dei timori maggiori – un processo più profondo di destabilizzazione in Cisgiordania e a Gaza.