di Olga Mugnaini "La Rivoluzione è già iniziata. E la lotta non è tra ricchi e poveri, ma tra idioti e sostenitori dell’ambiente". Sono cinquant’anni che Vivienne Westwood fa la rivoluzione. Prima Punk, ora ecologica. Probabilmente è nata rivoluzionaria, fin da quando, appena ragazzina, si inventava strani gioielli da vendere sulle bancarelle di Portobello Road, nella grigia e fumosa Londra degli anni Sessanta. Da allora la terribile stilista e attivista inglese, che più volte ha scandalizzato e sbeffeggiato Buckingham Palace, continua ad essere una leonessa all’assalto del potere, capace di trasformare le provocazioni e gli eccessi in stile e tendenza. A Firenze è arrivata a ritirare il premio alla carriera per il design, della Florence Biennale d’arte, e per "Salvare il mondo", leggendo un sos in difesa di Madre Natura da inviare ai governi di tutto il pianeta. E non ha deluso le aspettative. Alla standing ovation e all’entusiasmo dei fan, ha risposto con le...

di Olga Mugnaini

"La Rivoluzione è già iniziata. E la lotta non è tra ricchi e poveri, ma tra idioti e sostenitori dell’ambiente".

Sono cinquant’anni che Vivienne Westwood fa la rivoluzione. Prima Punk, ora ecologica. Probabilmente è nata rivoluzionaria, fin da quando, appena ragazzina, si inventava strani gioielli da vendere sulle bancarelle di Portobello Road, nella grigia e fumosa Londra degli anni Sessanta. Da allora la terribile stilista e attivista inglese, che più volte ha scandalizzato e sbeffeggiato Buckingham Palace, continua ad essere una leonessa all’assalto del potere, capace di trasformare le provocazioni e gli eccessi in stile e tendenza.

A Firenze è arrivata a ritirare il premio alla carriera per il design, della Florence Biennale d’arte, e per "Salvare il mondo", leggendo un sos in difesa di Madre Natura da inviare ai governi di tutto il pianeta. E non ha deluso le aspettative. Alla standing ovation e all’entusiasmo dei fan, ha risposto con le braccia alzate alla Rocky Balboa, sfoggiando minigonna, calze a rete nere, stivaletti verdi con tacco a spillo e gilet maschile di tweed. Insomma, anche ad ottant’anni Vivienne Westwood è il solito uragano, sempre più al servizio delle battaglie ambientaliste. Ad addolcire l’immagine della ragazza ribelle che all’inizio dell’anni Settanta ha trasformato la cultura punk in un modo nuovo di guardare il mondo, ci sono solo quei capelli candidi, raccolti in una specie di chignon. Ma gli occhi, quelli sono ancora due brillanti.

Vivienne, cosa si ricorda e cosa le è restato degli anni Punk?

"Erano gli anni Settanta. E prima di tutto ricordo l’entusiasmo e la partecipazione ad un mondo nuovo a cui venivo introdotta da Malcolm McLaren. Abbiamo aperto insieme il nostro primo negozio, Let it Rock, al 430 di King’s Road di Londra. Era il 1971 e mi sembra ieri...Nel corso degli anni ha cambiato diversi nomi: Too fast, to live too young to die, Sex, per lo stile sexy e feticista, Seditionaries. Ma in ogni

caso, il concetto è rimasto quello espresso dall’insegna, con l’orologio che gira al contrario".

Capi pelle con cerniere e borchie da motociclista. Spille, creste, colori forti, asimmetrie: lei ha strapazzato l’aplomb inglese. Perché i britannici l’hanno adorata, oltre che premiata?

"L’irriverenza dimostrata verso l’establishment è stato il mio punto forte. In un periodo storico che chiedeva novità, la rielaborazione della cultura inglese è ciò che mi ha connesso alle persone. Hanno capito che era un momento di svolta e di rinascita della creatività inglese".

A proposito di irriverenza. Nel 1992, si è presentata alla Regina per ricevere il prestigioso premio Obe, Order of the British Empire, senza biancheria intima, come dicono le foto...

"Ah sì, va beh! Non è mica la sola cosa strana che ho fatto! Mi sono spogliata anche per difendere gli animali".

Torniamo a Malcolm McLaren, prima soci in affari e poi amanti. Che ruolo ha avuto la musica nelle sue creazioni?

"Nella Londra di fine anni 70, nel nostro negozio accoglievamo tanti tipi di artisti, tra cui molti musicisti. Fu così che Malcolm divenne manager dei Sex Pistols. Io ho sempre adorato la musica classica e sono sempre stata ispirata da qualsiasi forma d’arte oltre alla musica. Insieme abbiamo ideato un revival stilistico del rockabilly e del Teddy boy. Sono nati così le magliette stracciate, i reggiseni a vista, borchie, spille, capelli, tinti, spettinati, creste..."

Cosa c’è adesso in quel vostro primo negozietto?

"La cosa bella è che c’è sempre un nostro negozio, che ora si chiama World’s End, dove si vendono delle ri-edizioni di capi iconici che si trovano solo lì".

Com’è stato il viaggio da allora alle passerelle del prêt-à-porter?

"È stata un’avventura che è andata di pari passo alla conoscenza di me stessa e di una emancipazione personale. Come dicevo anni addietro, l’unico motivo per cui creo moda è fare a pezzi la parola ‘conformismo’. I miei abiti hanno una storia, un’identità. Hanno personalità e un obiettivo. Ecco perché diventano dei classici, perché continuano a raccontare una storia. E poi resta valido il mio motto: buy less, choose well, make it last (compra meno, scegli meglio e fallo durare)".

E oggi che storia vuole raccontare?

"Ho un piano per salvare il mondo".

Addirittura!

"Certo. La mia squadra, Climate Revolution, ha iniziato la campagna per un’economia basata sulla Terra grazie al suo re-wild, riselvaggiamento. Il nostro sistema finanziario si fonda su guerre perpetue, guerre commerciali e competizione. E questa è la causa del cambiamento climatico. Le guerre vengono combattute per i territori e la manodopera basso costo. La vera economia è basata sul valore della terra. Allora, dobbiamo far in modo che la terra non appartenga a nessuno. Bisognerebbe versare un contributo al portafoglio pubblico per l’uso della terra, di cui diventare custodi ma non proprietari. Solo così possiamo avere un futuro".