Giovanni Serafini È cominciato tutto da lì, da quella vignetta che raffigurava il profeta Maometto con in testa un turbante a forma di bomba. L’aveva disegnata nel 2005 l’artista danese Kurt Westergaard per il giornale satirico Jyllands-Posten, insieme con altre 11. Non poteva immaginare le conseguenze esplosive che quelle caricature – riprese anni dopo da altri settimanali, fra cui Charlie Hébdo...

Giovanni

Serafini

È cominciato tutto da lì, da quella vignetta che raffigurava il profeta Maometto con in testa un turbante a forma di bomba. L’aveva disegnata nel 2005 l’artista danese Kurt Westergaard per il giornale satirico Jyllands-Posten, insieme con altre 11. Non poteva immaginare le conseguenze esplosive che quelle caricature – riprese anni dopo da altri settimanali, fra cui Charlie Hébdo – avrebbero innescato: manifestazioni violente in tutto il mondo musulmano, ambasciate occidentali incendiate da folle inferocite, attentati con centinaia e centinaia di vittime (Charlie Hébdo, Nizza, il Bataclan, una serie terrificante le cui ultima immagine è quella del povero professor Samuel Paty, decapitato davanti alla sua scuola). Minacciato, costretto a cambiare continuamente alloggio, Kurt Westergaard è morto l’altra notte nel sonno, a casa sua. Aveva 86 anni. Per lui, che comunque non si era mai pentito delle sue vignette, i tormenti e le angosce di una vita sotto scorta sono finiti.

Per gli altri invece, per tutti noi, i dubbi e le preoccupazioni restano, anche se l’irruzione del Covid li ha messi momentaneamente da parte. È giusto pubblicare immagini offensive di Maometto sapendo che possono provocare la morte di persone innocenti? Fin dove può spingersi la satira? Dove situare la frontiera della morale laica? Il dibattito è rovente fra chi (come Macron) ritiene che difendere la libertà di espressione significa difendere la democrazia, e chi (come quella parte della sinistra che viene definita "islamo-gauchiste") pensa invece che l’eccesso di laicità si traduca di fatto in islamofobia e generi violenza anziché prevenirla. Una cosa è certa: il dialogo con l’Islam non può aver luogo se non cessa la minaccia di terroristi armati di kalashnikov e coltello. I musulmani moderati devono essere i primi a esigerlo, respingendo con forza (il che purtroppo non accade spesso) le pressioni degli estremisti che in nome di Maometto vorrebbero imporre le proprie regole al paese che li ospita.