Migranti, immagine. choc del cadavere di un bimbo su una spiaggia libica. (foto Oscar Campos dal profilo Twitter di Open Arms)
Migranti, immagine. choc del cadavere di un bimbo su una spiaggia libica. (foto Oscar Campos dal profilo Twitter di Open Arms)

Alessandro

Milan

Siamo assuefatti. Come se una patina di cinismo ci velasse l’anima. Siamo abituati alla morte, quando si tratta di migranti. Ricordo quando fu fotografato il corpicino del piccolo Aylan, esanime su una spiaggia turca in cerca di salvezza. Sono passati sei anni, sembra un’era geologica fa. Allora seguirono i dibattiti, tra chi lo considerava un simbolo della tragedia delle migrazioni da mostrare per scuotere le coscienze intorpidite e chi invece criticava l’utilizzo di un pugno nello stomaco per suscitare pietà. Ora siamo oltre. I cadaveri di ragazzini abbandonati sulle spiagge libiche vengono pubblicati ma non commuovono più. È forse frutto di un indurimento ai tempi del Covid?

È vero solo in parte, perché d’altra parte tutti palpitiamo per la sorte dei bambini coinvolti nella tragedia del Mottarone. Come se le loro esistenze valessero di più. "Non dovevano partire", commentano alcuni vedendo le foto libiche. "Sapevano il rischio che correvano". Non ci poniamo mai nei loro panni: credo al contrario che non avrebbero mai voluto trovarsi lì, eppure nei confronti di questi destini non c’è empatia, non c’è vicinanza. Sono un fastidio passeggero con cui fare i conti. Un granello di sabbia che finisce negli occhi e non ci permette di mettere a fuoco. Basta una passata d’acqua e siamo pronti a voltare pagina, per esultare per la vittoria dei Maneskin. Così, muoiono loro, e un po’ i nostri cuori.