Erika Di Martino con la sua 'classe'
Erika Di Martino con la sua 'classe'

Roma, 19 giugno 2017 - L’ARTICOLO 34 della Costituzione, a una lettura superficiale, può suscitare equivoci: «L’istruzione inferiore – recita al secondo comma –, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita». L’equivoco consiste nel ritenere che vi sia un obbligo di frequentare la scuola (esteso ora a dieci anni), mentre di obbligatorio c’è solo l’istruzione, che può essere impartita, come spiega il ministero con burocratica precisione, «nelle scuole statali e paritarie; nelle strutture accreditate dalle Regioni per la formazione professionale; attraverso l’istruzione parentale».
 
I GENITORI possono dunque tenere a casa i figli, purché garantiscano un’adeguata «istruzione parentale», secondo l’espressione italiana che traduce ciò che nel mondo è conosciuto come «homeschooling» (da scrivere tutto attaccato perché non è una scuola fatta a casa, ma un modo diverso di apprendere). 
L’Italia, diciamolo subito, non è la patria dell’homeschooling: non esistono nemmeno cifre certe su quante siano le famiglie che lo praticano, poiché il ministero registra le dichiarazioni dei genitori, quando comunicano alle autorità scolastiche la scelta dell’educazione parentale, con lo stesso modulo destinato alle scuole ‘alternative’ – montessoriane, steineriane e così via – che sempre scuole sono. Niente cifre, dunque, ma una realtà che comincia a farsi notare. Non siamo ai due milioni di ragazzi istruiti in famiglia negli Stati Uniti e nemmeno ai settantamila del Regno Unito, ma intanto è nato, per iniziativa di una mamma-blogger molto motivata, Erika Di Martino, un network di autoaiuto – www.educazioneparentale.it – che mette in rete le famiglie già avviate sulla strada dell’homeschooling e le molte altre interessate a conoscere e magari intraprendere lo stesso percorso.
I dubbi, per chi si avvicina a questa pratica, sono quelli prevedibili: ma è davvero legale? Chi controlla che non si tratti di evasione tout court? E poi: i ragazzi imparano davvero? Non rischiano di isolarsi? Possono andare all’università? 
 
SONO i quesiti affrontati in tutte le FAQ (le domande più frequenti) dei siti specializzati: possiamo dire, sintetizzando, che le autorità scolastiche hanno il compito di vigilare sull’homeschooling e in genere lo fanno in dialogo con le famiglie; non ci sono esami obbligatori da affrontare, se non al momento di rientrare, per chi lo desideri, nel percorso scolastico tradizionale; il rischio di isolamento dai coetanei è di solito affrontato con gli incontri organizzati dalle stesse famiglie impegnate nell’educazione parentale; quanto all’apprendimento effettivo, entrano in gioco numerose variabili su che cosa si intenda per istruzione e sugli eventuali strumenti di valutazione, ma quelli di Educazione parentale affermano che «anche i college più prestigiosi stendono il tappeto rosso a coloro che sono stati educati tra le mura domestiche; più di novecento università nel mondo accettano le iscrizioni degli homeschoolers e tra queste si annoverano Harvard, Princeton, Yale».
Non si può negare tuttavia la diffidenza che circonda l’homeschooling e a ben vedere non potrebbe essere altrimenti.

L’homeschooling, nei tempi moderni, si è sviluppato sull’onda di una forte critica all’istituzione scolastica, considerata una gabbia per la naturale voglia d’esplorazione dei bambini, nonché una fabbrica di conformismo da autori come Ivan Illich (1926-2002), autore del dissacrante Descolarizzare la società, o John Caldwell Holt, teorico dell’«Unschooling» scomparso nel 1985. Non sorprende quindi che l’istituzione si senta messa in discussione e reagisca con una certa ostilità.
 
CHI sceglie l’homeschooling, d’altronde, teme proprio la standardizzazione, tipica della scuola di massa, e pensa che si debbano mettere al centro del progetto formativo gli interessi, le passioni, la libertà di ogni singolo bambino, in un processo creativo che coinvolge in primo luogo i genitori ma non esclude altri contributi. Giusto? Sbagliato? Prima di rispondere, forse è il caso di pensare alla scelta compiuta dai costituenti, che scrissero in quel modo l’articolo 34 (e anche il 30 sull’obbligo dei genitori di «mantenere, istruire ed educare i figli») pensando anche all’impegno profuso dal fascismo per usare la scuola a fini di indottrinamento: decisero che la via migliore da seguire fosse il pluralismo delle forme, fermo restando l’obbligo di garantire l’istruzione.