Davide Nitrosi Quanto costava un navigatore qualche anno fa? E un abbonamento telefonico con i messaggi? E quanto potrebbe costare un’enciclopedia sempre a portata di mano? O un’agenda fotografica con ricordi e messaggi di amici e persone che avremmo voluto conoscere? E una libreria di video? Ora ci...

Davide

Nitrosi

Quanto costava un navigatore qualche anno fa? E un abbonamento telefonico con i messaggi? E quanto potrebbe costare un’enciclopedia sempre a portata di mano? O un’agenda fotografica con ricordi e messaggi di amici e persone che avremmo voluto conoscere? E una libreria di video? Ora ci sono Google, Whatsapp, Wikipedia, Facebook, Youtube. Il costo? Zero. O meglio, zero cash perché paghiamo cedendo i nostri dati. Inutile fingere di non saperlo. In cambio di una serie di servizi inimmaginabili pochi anni fa, abbiamo barattato i segreti della nostra vita. Ma non solo. Abbiamo appaltato a colossi privati servizi che consideriamo vitali.

Una libertà che ci pare conquistata e che invece ci è stata concessa dal libero mercato dei social. Dove però accettiamo le regole: accettiamo di vederci sospesi, vittime di fake news, ma anche inghiottiti in un mare di finzioni che auto alimentiamo. Resta una libertà: rinunciare all’esibizione sui social, alla condivisione di messaggi, all’esistenza virtuale. Possiamo farlo. Possiamo riprendere la nostra vita intima, riportarla nelle pieghe della nostra immaginazione, nella memoria e nelle fantasie. Un privato ci ha dato un servizio, a un privato possiamo togliere quando vogliamo i nostri dati e rinunciare a quel servizio. Ci sta anche che un privato possa decidere di staccare la spina, come Facebook con Trump. L’alternativa d’altronde è un servizio a pagamento. O peggio un social di proprietà statale. Da dove magari non potremmo neppure essere liberi di uscire.