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26 giu 2022
claudia
Cronaca
26 giu 2022

Gli stage 25 anni dopo: la formazione diventa lavoro

26 giu 2022
claudia
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Claudia

Marin

è chi li vorrebbe cancellare completamente, considerandoli una delle forme principali di sfruttamento lavorativo e di precarizzazione dei giovani. E certamente, quando sono utilizzati in maniera impropria, come spesso accade, lo possono diventare. C’è chi, invece, li vorrebbe retribuiti, assimilandoli a un vero rapporto di lavoro. E c’è chi, infine, li considera comunque uno dei canali più efficaci per conquistare un’assunzione già durante gli studi o subito dopo la laurea, sollecitando, semmai, una moltiplicazione dei controlli contro gli abusi, ma senza buttare a mare lo strumento.

Parliamo degli stage o dei tirocini formativi. Di una formula che compie quest’anno 25 anni di operatività nel nostro mercato del lavoro, da quando fu introdotta con la legge 196 del 24 giugno 1997, passata alla storia come “pacchetto Treu“, dal nome del ministro del Lavoro del primo governo Prodi, il giuslavorista Tiziano Treu, che promosse la prima, radicale riforma del diritto del lavoro dallo Statuto dei lavoratori di inizio anni Settanta.

Nato come meccanismo per far avvicinare i giovani al lavoro, con la cosiddetta formazione on the job, con l’obiettivo di permettere di conquistare una successiva assunzione, è vero che lo stage si è rivelato spesso una via crucis infinita per chi vi sia rimasto intrappolato dentro, con il passaggio da un tirocinio all’altro.

Ma se questo è il lato oscuro o la patologia del sistema, ci sono anche numeri che rinviano a risultati più soddisfacenti per gli stessi giovani. Nel 2021 il 63% degli stage, secondo i dati dell’analisi condotta dallo Sportello Stage di JobFarm, si sono trasformati in occupazioni stabili, mentre dieci anni prima, nel 2011, quell’esito riguardava solo il 30% dei tirocinanti. Non solo. Se all’inizio dell’utilizzo della nuova soluzione la forma del contratto a tempo determinato era privilegiata a fine stage, negli ultimi anni si è assistito a una crescita del contratto di apprendistato, fino a raggiungere la percentuale del 53%.

Insomma, un venticinquennale con luci e ombre, anche se queste ultime dipendono più dalle distorsioni illecite che dalle regole dello strumento.

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