Giovanni Falcone con Paolo Borsellino
Giovanni Falcone con Paolo Borsellino

Roma, 19 maggio 2017 - Il giudice più famoso al mondo – aveva smascherato e fatto condannare la cupola mafiosa – era odiato da Cosa Nostra, ma anche da buona parte dei suoi colleghi e dei professionisti dell’antimafia parolaia. In fasi diverse, diversi suoi colleghi lo accerchiarono con indifferenza, diffidenza, accanita ostilità.

"Io e Giovanni Falcone, due vite blindate davanti a un whisky"

All'inizio fu la parte più tradizionale, quella che negando si potesse processare la mafia concedeva di giudicare solo specifici reati. Presto si aggiunsero gelosie e rivalità di colleghi ‘corvi’ che su su, fino al Csm, bloccarono la carriera di Falcone. Al punto di suscitare lo sdegno di Cossiga e lo sconcerto delle autorità americane che, osservavano, «i magistrati siciliani perdono più tempo a farsi la guerra tra di loro che a contrastare la mafia».

Era un Falcone isolato, denigrato, paralizzato quello che io chiamai a lavorare con me al ministero della Giustizia. Ma a Roma fu oggetto di attacchi ancora più infami. C’è un documento che meglio di ogni altro racconta chi era Falcone, il suo metodo investigativo, la sua probità di uomo e di giudice e, all’opposto, la faziosità, la non professionalità e l’ignoranza giuridica dei suoi detrattori.

È il verbale dell’interrogatorio cui Falcone fu sottoposto dal Csm il 15 ottobre del 1991. La denuncia, firmata da Leoluca Orlando Cascio, era di non aver indagato sugli appalti, su Salvo Lima e sull’imprenditore Costanzo come mandanti dell’assassinio di Piersanti Mattarella.

Falcone spiega: «Ci sono appalti di poco conto e appalti miliardari per la rete fognaria e l’illuminazione», poi scandisce: «Nonostante i cambiamenti la politica dei grandi appalti a Palermo non è ancora trasparente... con Orlando sindaco Ciancimino è tornato a imperare».

Dunque, la denuncia di Orlando era solo una velenosa ritorsione. Un pentito aveva riferito una frase equivoca di Costanzo a proposito del generale Dalla Chiesa e il Csm accusa Falcone d’inerzia. Falcone replica: «Io non mando avvisi come coltellate... e chiedere rinvii a giudizio senza la ragionevole probabilità di vincere è immorale... così si scredita la giustizia».

E aggiunge: «Coi pentiti, bisogna evitare rapporti intimistici» (…) «se sono uomini d’onore si chiuderanno», se sono inaffidabili ti diranno quel che vuoi in cambio di sconti di pena… «Il sospetto è l’anticamera non della verità, ma del khomeinismo».

Mentre noi, dal governo, sviluppavamo la strategia che sgominò l’esercito mafioso l’Anm indisse uno sciopero generale contro la super procura e il suo presidente, Raffaele Bertone, la definì «un’altra cupola mafiosa di cui non si sente alcun bisogno». E subito il Csm bloccò la nomina di Falcone a procuratore nazionale.

Dopo la strage, lesti lesti, molti magistrati si ammantarono della memoria di Falcone. Anche quelli del pool Mani Pulite.

Ma Ilda Boccassini sdegnata li smascherò: «Voi non vi fidavate di Falcone, gli avete mandato le rogatorie sulle tangenti senza allegati causandogli un’infinita amarezza».

E citò nomi e cognomi: «Tu, Mario Almerighi, definisti Falcone ‘un nemico politico’ e voi del Csm lo accusaste di essersi ‘venduto’ al governo e al ministro Martelli. «Se pensate che Falcone non era più libero e indipendente perché andate ai suoi funerali? Colombo, D’Ambrosio, perché andate ai suoi funerali? Nando Dalla Chiesa e Orlando, voi non potete andare ai suoi funerali».

E gli Ingroia e i Di Matteo? Si professano discepoli di Falcone, ma le loro scelte processuali sembrano piuttosto ispirate ai suoi nemici: teoremi fragorosi e indimostrabili, avvisi di garanzia come coltellate, rinvii a giudizio senza altre prove che le dichiarazioni intimistiche di pentiti in cerca d’autore. Resiste l’idea ossessiva del «terzo livello», una struttura politica che comanderebbe la mafia; «un’idea ridicola come la Spectre», diceva Falcone. Il rumore di processi nati morti si è spento, ma a Palermo Orlando resiste e si ricandida sindaco per la quinta volta.