Federico Faggin, 77 anni (Pressphoto)
Federico Faggin, 77 anni (Pressphoto)

Roma, 13 ottobre 2019 - Ha inventato il celeberrimo microprocessore Z80, il touchscreen e il touchpad, è un fisico un ingegnere un informatico anzi molto di più, è un genio, insomma un sacerdote di quella nuova religione che è la Tecnologia. Ma da alcuni anni vive per una sola missione: confutare appunto quel culto della macchina come nuovo dio, e dimostrare che l’uomo non è un computer. Si chiama Federico Faggin.

Mercoledì scorso, ai ragazzi del liceo Malpighi di Bologna entusiasti di aver di fronte l’uomo che ha permesso loro di connettersi con il mondo sfiorando uno schermo con le dita, Faggin ha gridato: "Ma non state tutto il tempo davanti allo smartphone! Voi siete di più, molto di più! Guardatevi negli occhi! Parlatevi! Ascoltate il vostro spirito!". Ma sì: "lo spirito". Proprio così ha detto: "lo spirito", in un mondo in cui tutti sembrano dire che non esiste alcuno spirito. L’esistenza dello spirito, o dell’anima, insomma di un ‘io’, è negata dalla maggior parte dei neuroscienziati, secondo i quali ogni pensiero e perfino ogni sentimento non sono altro che il prodotto di connessioni elettriche; tantomeno affermano l’anima gli informatici, i quali ci assicurano di poter arrivare a dotare i futuri computer nientemeno che d’una coscienza.

La sera dello stesso mercoledì, al Teatro Duse sempre di Bologna, Faggin ha partecipato a uno di quegli "Incontri esistenziali" sostenuti da Illumia, una grande società che fornisce energia. Il teatro era pieno e Faggin, che ha quasi 78 anni (è nato a Vicenza il primo dicembre 1941), ha voluto raccontare le sue quattro vite. La prima è quella di un’infanzia e un’adolescenza vissute nella profonda campagna veneta degli anni grami della guerra e del primo dopoguerra: senza luce, spesso; e senza acqua corrente. La seconda vita vede Faggin emigrare in California e diventare uno dei padri della Silicon Valley: è lui, appunto, a inventare il microprocessore e il touchscreen. Nella terza vita, Faggin diventa imprenditore: alla creatività unisce l’investimento economico, la capacità di creare lavoro, di stare sul mercato, di prendersi carico di migliaia di dipendenti.

Ma è la quarta vita, per Faggin, la più importante. Al Duse l’ha raccontata così: "A 48 anni entrai in una crisi profonda. Avevo tutto: successo, fama, benessere economico, una bella famiglia. Ma quel tutto mi sembrava nulla. Che cos’è infatti la vita se poi finisce con la morte?".

Se siamo – come diceva Petrolini – campioni senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino? Così, Faggin si guardò allo specchio e si chiese: "Ma la vita ha un senso? Ed io chi sono?». Già: io chi sono? È la domanda del pastore errante dell’Asia di Leopardi: "Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono?". Domande ineludibili per l’uomo di ogni tempo, ma ridicolizzate oggi come inutili, vecchie, superate e banali da una cultura che tutto vorrebbe ricondurre alla materia; che tutto vorrebbe spiegare con la scienza e dominare con la tecnica.

"Ma una notte", ha raccontato Faggin, "nella casa in montagna che ho in California, mi sono sentito come investito da un qualcosa che è difficile spiegare a parole: direi come da un immenso amore che percepivo essere la sostanza di tutto, me compreso. Un amore che mi avvolgeva, mi conteneva, che usciva da me ma che era pure parte di me. In quell’istante ho capito, ho percepito, ho sentito che tutto è amore".

L’inventore del microprocessore, lo scienziato che indagava l’infinitamente piccolo, scopriva ad un tratto l’origine e il mistero dell’infinitamente grande. "L’amor che move il sole e l’altre stelle" (Paradiso, XXXIII, v. 145). Vogliamo chiamarlo Dio? "Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore", dice la prima lettera di Giovanni.

Da quella notte insonne, Faggin sente di avere un solo vero, grande compito: confutare da scienziato – non da religioso! – lo scientismo che "oggi vorrebbe farci credere che l’uomo è una macchina e che il computer, l’intelligenza artificiale, lo può sostituire". Follia, per Faggin. "No! No!", ha detto l’altra sera in teatro a Bologna, "Il computer può fare molte più cose di quelle che può fare un essere umano, può fare miliardi di calcoli al secondo, ma non potrà mai avere una coscienza! Mai potrà avere la percezione di sé, mai potrà avere un libero arbitrio".

E così questo signore quasi ottuagenario – con una vaga somiglianza con Enzo Biagi – quest’uomo cresciuto in mondo contadino fatto di buio, fiabe e oscure presenze, e poi diventato protagonista della Luce del Progresso, della Razionalità e della Scienza, quest’uomo che potrebbe essere sazio di vita affetti e successi, gira il mondo con l’energia di un ragazzino e la passione di un neofita per gridare ai ciechi e ai sordi la sua scoperta più grande: "Il nostro pensiero e i nostri sentimenti non sono un insieme di contatti elettrici nel cervello. Quelli spiegano il come, ma non il perché. Quelli sono lo sviluppo, non l’origine di ciò che proviamo. L’io esiste! Ed è qualcosa di immateriale, quindi di immortale".

Di chi lo volesse far passare per matto, Faggin non si cura. Le sue prime tre vite sono lì a garantire che matto non è, e che pochi al mondo conoscono come lui quella Tecnica cui tutto si vorrebbe sottomettere. Matto è colui, semmai, che negando all’uomo la diversità dalla macchina nega, ultimamente, se stesso.