di Lorenzo Guadagnucci Uno si chiamava Karl Wilhelm Stark, aveva cento anni e non scontava un ergastolo per le stragi di Civago e Cervarolo nel reggiano e quella di Vallucciole nell’aretino, nella feroce primavera del ’44; l’altro aveva quasi lo stesso cognome, Stork (Alfred di nome), tre anni di meno e anche lui un ergastolo virtuale a carico, per il massacro dei militari italiani a Cefalonia, subito dopo l’8 settembre del ‘43. Il primo è morto nel dicembre scorso, il secondo oltre due anni fa, ma della fine di entrambi si è saputo solo ieri. Perciò il 28 febbraio 2021 passa alla storia come il giorno in cui si è chiusa definitivamente, per i viventi, la pagina delle stragi nazifasciste in Italia. Una storia dolorosa, di grandi menzogne e altrettanto grandi ipocrisie. Una storia dalla...

di Lorenzo Guadagnucci

Uno si chiamava Karl Wilhelm Stark, aveva cento anni e non scontava un ergastolo per le stragi di Civago e Cervarolo nel reggiano e quella di Vallucciole nell’aretino, nella feroce primavera del ’44; l’altro aveva quasi lo stesso cognome, Stork (Alfred di nome), tre anni di meno e anche lui un ergastolo virtuale a carico, per il massacro dei militari italiani a Cefalonia, subito dopo l’8 settembre del ‘43. Il primo è morto nel dicembre scorso, il secondo oltre due anni fa, ma della fine di entrambi si è saputo solo ieri. Perciò il 28 febbraio 2021 passa alla storia come il giorno in cui si è chiusa definitivamente, per i viventi, la pagina delle stragi nazifasciste in Italia. Una storia dolorosa, di grandi menzogne e altrettanto grandi ipocrisie.

Una storia dalla quale escono a testa alta in pochi: i familiari delle vittime civili (circa 13mila secondo l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia), mai rassegnati al silenzio e all’ingiustizia; alcuni (pochi, pochissimi) magistrati militari e i collegi giudicanti che hanno emesso le tardive ma importanti sentenze degli anni Duemila; i cittadini (tanti) che hanno sempre reputato indegno l’oblio caduto sui crimini che sconvolsero e umiliarono l’Italia al crepuscolo del fascismo e della guerra.

E poi basta. Per gli altri – individui, istituzioni, Stati coinvolti – questa vicenda si chiude male, come ha commentato ieri amaramente il procuratore generale militare Marco De Paolis, protagonista a suo tempo delle inchieste e dei processi istruiti da procuratore militare della Spezia, a cominciare dai casi di Sant’Anna di Stazzema in Toscana e Monte Sole in Emilia. De Paolis pensa in particolare agli aspetti giudiziari: 17 processi (fra La Spezia, Verona e Roma), 500 indagati, 57 condanne all’ergastolo, ma nessun effetto pratico. Nessuno dei militari tedeschi e austriaci ha davvero scontato la pena, salvo Erich Priebke, quello delle fucilazioni alle Fosse ardeatine a Roma, e il "boia di Bolzano" Misha Seifert. E c’è di più: Germania e Austria non hanno mai accettato le sentenze italiane, né per eseguire le pene, né per concedere eventuali estradizioni. Un’onta difficile da dimenticare. Com’è difficile dimenticare l’indifferenza e il disprezzo di gran parte degli imputati per i familiari delle vittime e per la giustizia italiana ("un processo farsa", commentò Stark qualche anno fa, scrollando le spalle).

La pagina delle stragi nazifasciste si è "chiusa male" anche per altri due importanti motivi. Primo, perché i mancati processi all’indomani della guerra e nei decenni successivi furono una scelta politica delle autorità italiane, una scelta dettata da discutibili valutazioni geopolitiche – non disturbare la Germania Ovest nel pieno della Guerra fredda – e da un’altrettanto discutibile volontà di proteggere i generali italiani responsabili di crimini di guerra e passibili di processi in Grecia, Jugoslavia, Etiopia. Si scelse di non aprire il ’pentolone’ degli eccidi e di accantonare i fascicoli sulle stragi in Italia del 1943-‘44 nel cosiddetto "armadio delle vergogna", che non fu scoperto per caso decenni dopo – come si è favoleggiato – e che non era nemmeno un armadio (tanto meno con le ante rivolte verso un muro), bensì un banale scaffale da tutti conosciuto. Solo che i fascicoli erano stati sigillati in nome della Realpolitik con un provvedimento inedito, inventato per l’occasione, di "archiviazione provvisoria".

Il secondo motivo di rammarico riguarda il tempo trascorso inutilmente – con pochissime inchieste e troppe archiviazioni definitive – fra il recupero dei fascicoli, nel 1994, e i primi anni Duemila, quando De Paolis arrivò alla Spezia e cominciò a indagare. Si poteva fare di più, si poteva fare meglio, ma non si volle.

Resta comunque qualcosa: le verità giudiziarie, per quanto tardive, prive di effetti concreti e rifiutate da Austria e Germania, hanno alleviato le sofferenze dei familiari delle vittime e dato un senso al concetto di giustizia. Non è poco.