Rolando Sartori, 80 anni, pensionato e invalido, con la moglie
Rolando Sartori, 80 anni, pensionato e invalido, con la moglie

Rolando Sartori, 80 anni da Follonica (Grosseto), ex pensionato dell’Italsider, invalido del lavoro, non ce la fa più. Oberato da tasse e aiuti insufficienti, ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di compiere un gesto simbolico, ma carico di significato. Ha restituito il certificato elettorale (suo e della moglie) e in una lunga lettera ha elencato la sua insoddisfazione: «Mi dispiace, ma non voto».

Matteo Renzi a La Nazione

DI SEGUITO, LA LETTERA DI ROLANDO SARTORI

ILL. MO Signor Presidente,
forse mi riterrà un insolente, anche se è ben lungi da me il solo immaginarlo, se non altro per il rispetto che Le debbo come cittadino e, mi consenta, per l’ammirata considerazione che io, democratico cristiano, ho sempre nutrito per la famiglia Mattarella, per il suo impegno politico e l’alto senso di civismo, caparbiamente portato avanti, senza flettere, fino all’estremo sacrificio. 
Non avrei voluto disubbidire alle sue sollecitazioni a non disertare il voto ma, mi creda Signor Presidente, in tutta franchezza, la maggior parte di noi vecchi, pensionati ed invalidi, non ne può più di essere presa, consciamente, in giro, violentata, offesa ed umiliata nella sua povera dignità di vecchi lavoratori.

Avrei, invece, voluto obbedirLe – che a ciò dovrebbe portarmi quel senso morale, civile e politico sviluppatosi, in me, nella mia militanza nella Democrazia Cristiana che mi volle Consigliere Comunale al Comune di Follonica, fondatore e dirigente dei GIP (Gruppi d’Impegno Politico degli operai democristiani), voluto dal compianto Segretario Amintore Fanfani, al quale – diversamente da centinaia di migliala di altri democristiani – non girai le spalle ma mi impegnai, in solitudine, contro il divorzio e contro l’aborto. Eppoi nel Movimento Cristiano Lavoratori e nella CISL dove fui, per anni, dirgente della Federazione dei Metalmeccanici di Livorno e delegato di reparto (era formato da operai quasi tutti comunisti) dell’Italsider di Piombino.
 
Ma, come milioni di altri italiani, non ne posso più davvero: ho 80 (ottanta) anni, sono un grande invalido del lavoro ed invalido civile al 100%, senza, per quest’ultimo, percepire un ‘picciolo’ o uno dei tanti ‘bonus’ perché 1.300 euro di pensione (sulla quale pago 700 euro di IRPEF) debbono bastare a me e mia moglie. Fino al cancello del cimitero andrò in carrozzella a rotelle finché gravi patologie cardiovascolari e una grave insufficienza renale cronica di grado 5° (dialisi o trapianto) me lo consentiranno.
Vivo con mia moglie (78), invalida civile e portatrice di handicap, pur non percependo, anche lei, per questo, emolumento alcuno per la pensione di 1.300 euro di pensione, che lo Stato considera da... scialo e che dovrebbe bastarci per vivere, curarci, pagare tickets e tributi. 
 
Nessun ‘bonus’, nessun aiuto economico o controversa assistenza pubblica regolata da un Isee che mi vuol ricco per forza per quei 1.300 euro ed altri 500 di accompagnamento dai quali lo Stato trattiene mensilmente il costo dell’ospedalità.Nessun aiuto pubblico per un terapeuta, per una giornata d’una badante che, per questo Stato dovrei pagare tutto con quei maledetti l.300 euro, frutto di contributi veri, versati e guadagnati con il sudore, col sangue e con la salute.

E, fatto ancor più vergognoso, non poter sostituire una sedia a rotelle non più idonea all’ingravescenza delle mie patologie, se non fra... otto anni, per ciniche quanto farraginose regole accampate da un fisiatra del Servizio Pubblico. «Se la comperi da sé, altrimenti ripassi alla scadenza, fra otto anni».
Non mi aspettavo tanto dal mio Paese che ho amato e, nel mio piccolo, assieme a milioni di altri pensionati ed invalidi del lavoro, ho contribuito a farlo crescere e che, come contropartita, ci ignora e neppur pensa a proteggerci nell’umile welfare familiare, portato avanti con sofferta condizione nelle nostre case di povera gente costruite con lo strozzinaggio dei mutui, pagate col sangue, senza l’aiuto di nessuno e che, per questo, il mio Paese dovrebbe tutelare.

Se non altro dopo aver lavorato, come milioni di altri compagni giorno e notte, col caldo e col freddo, a molare, io, le rotaie all’Italsider, per anni e anni. E come gli altri senza frignare, come accade oggi, per i turni del sabato, della domenica e delle feste comandate che, allora, il lavoro, il biblico sudore della fronte, il sangue, il sacrificio e le notti insonni davanti ai forni erano la nostra laica preghiera in una meravigliosa cattedrale del ferro e del fuoco che, oggi, non c’è più, sconsacrata dai politici.

Rispondendo al Suo invito, Signor Presidente, di andare a votare, avrei voluto rispondere «obbedisco» come a Garibaldi, avvenne, nonostante il suo essere repubblicano, che la monarchia avrebbe, comunque, realizzato l’unità d’Italia. Purtroppo – come milioni di altri pensionati, invalidi del lavoro, vecchi operai, vedove d’invalidi – non abbiamo davanti nessuna certezza, ma ci sentiamo traditi, maltrattati e umiliati da questo Stato che ha addinttura tentato l’ennesimo attacco alle nostre pensioni cercando di tassare (mi perdoni se definisco, solo l’atto, odioso) gli assegni di accompagnamento (una miseria di appena 500 euro) dalla quale ci trattengono le spese ospedaliere nell’eventualità di un ricovero, nonché le rendite d’invalidità INAIL di chi ha lasciato sul lavoro la salute, parti del suo corpo o addirittura, la vita.

Tentativi che sono riusciti a respingere con la forza e la determinazione di vecchi operai. Per questo, Signor Presidente, ritorno allo Stato, Suo tramite, i certificati elettorali mio e di mia moglie, significando la nostra volontà di non votare e di non dare deleghe a chi vuol continuare a prenderci in giro, ad ingannarci (tutti con inattuabili promesse) ad umiliarci e maltrattarci. Basta, umilmente, basta.

Voglia, Signor Presidente, perdonare il mio ardire e pregando il Signore di mantenerla a lungo per il bene dell’Italia, pregoLa gradire i miei più deferenti ossequi ed i miei auguri per il suo, immagino, fin troppo gravoso lavoro.