di Alessandro Malpelo Chi contrae il Coronavirus risulta contagioso per non più di dieci giorni. Con un tampone negativo dieci giorni e fine degli arresti domiciliari. Un dato ha convinto il Comitato tecnico scientifico ad abbassare il periodo di quarantena, che era di due settimane, semplificando la procedura di reinserimento nella comunità dopo la guarigione dal Covid-19. Ne parliamo con Giovanni Di Perri, primario universitario a Torino e componente del direttivo Simit, Società italiana malattie infettive. Professor Di Perri, perché oggi diventa più facile riconquistare la libertà dopo un periodo di convalescenza chiusi in casa? "Le...

di Alessandro Malpelo

Chi contrae il Coronavirus risulta contagioso per non più di dieci giorni. Con un tampone negativo dieci giorni e fine degli arresti domiciliari. Un dato ha convinto il Comitato tecnico scientifico ad abbassare il periodo di quarantena, che era di due settimane, semplificando la procedura di reinserimento nella comunità dopo la guarigione dal Covid-19. Ne parliamo con Giovanni Di Perri, primario universitario a Torino e componente del direttivo Simit, Società italiana malattie infettive.

Professor Di Perri, perché oggi diventa più facile riconquistare la libertà dopo un periodo di convalescenza chiusi in casa?

"Le precauzioni che facevano riferimento alla sparizione di ogni traccia molecolare del virus sono venute meno perché si è visto che un solo tampone negativo è sufficiente per riammettere in circolazione in sicurezza un soggetto. Dieci giorni di isolamento possono bastare".

Che cosa è cambiato?

"Si è affermato il concetto di livello di rischio accettabile. Nella stragrande maggioranza dei casi un soggetto asintomatico può riprendere a condurre la sua vita normale, condizioni cliniche permettendo, senza il serio rischio che infetti gli altri. Consideri che ho avuto pazienti confinati per 92 giorni in attesa di un tampone negativo. Non sapevo più cosa dire, il test era diventato una sorta di cabala".

Come si è arrivati a posizioni meno intransigenti?

"Gli esperti hanno incrociato le evidenze, considerando anche tutto quello che conosciamo del comportamento di altri virus, tipo la mononucleosi infettiva. Facendo un parallelismo, anche nel Sars-Cov-2 si può osservare una fase acuta iniziale, nella quale è elevata la probabilità che l’infezione si diffonda, mentre nelle fasi conclusive possiamo documentare solo la presenza di frammenti di virus non replicante, o livelli talmente bassi da non costituire pericolo per gli altri. Nel 65 per cento dei malati che ho ricoverato, nessuno ha trasmesso il virus ai contatti o in famiglia, il problema sono i grandi diffusori, ed è in questa direzione che si inserisce l’impiego crescente del cosiddetto tampone rapido".

Ci spieghi la differenza tra i due tipi di tampone.

"Con il tampone rapido antigenico, che abbiamo sperimentato in parallelo con quello convenzionale (molecolare), andiamo a cercare una proteina prodotta in eccesso dal virus mentre si moltiplica, e siamo in grado di identificare facilmente i grandi diffusori. Parliamo di un esame simile al test di gravidanza, si ottiene subito la risposta, senza passare dal laboratorio. Se vado in una scuola, ad esempio in una classe dove c’è un caso sospetto positivo, posso snellire le procedure di indagine. Lo strumento c’è, costa anche di meno dei tamponi convenzionali. Occorre solo organizzarsi".

Gli infettivologi riuniti in questi giorni nell’Italian Conference on AIDS and Antiviral Research (ICAR) stanno analizzando le pandemie gemelle, Hiv e Covid. In prospettiva, che novità ci sono?

"Oggi più che mai le infezioni virali sono sotto i riflettori, si veda anche il Nobel per la medicina tributato agli scopritori del virus dell’epatite C. L’Hiv è diventato una patologia cronica. Nel Covid si fanno progressi, c’è un grande fermento nella ricerca, e il ruolo centrale degli infettivologi esce largamente confermato".