Matteo Massi Saranno pure sciovinisti i francesi, ma almeno quando parlano vanno dritti al punto. Non ci girano attorno. E quel confinement, come misura estrema per far abbassare la curva dei contagi nell’emergenza pandemica, è proprio un confinamento. Perché è di quello che si tratta. Noi invece...

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Saranno pure sciovinisti i francesi, ma almeno quando parlano vanno dritti al punto. Non ci girano attorno. E quel confinement, come misura estrema per far abbassare la curva dei contagi nell’emergenza pandemica, è proprio un confinamento. Perché è di quello che si tratta. Noi invece che rispettiamo poco la nostra lingua, ci siamo serviti di un anglicismo.

Lockdown suona meno duro di confinamento o di un sinonimo, ancora più forte nei suoi effetti nella vita reale, come segregazione. Ma in fondo, è di questo che si tratta. Non stupisce che di fronte all’ipocrisia di un vocabolo anglofono che fa parte integrante di una narrazione che dura da più di nove mesi e che considera il lockdown (appunto) come unica soluzione – la più facile e istantanea – si provi legittimamente del fastidio solo nel sentirlo pronunciare. E che, giustamente, al termine di un anno così tribolato conquisti il primato delle parole da cancellare. Sì, cancelliamo il lockdown dal nostro vocabolario. E facciamo come i francesi: confinamento. Quante altre settimane di confinamento ci aspettano? Così il governo – senza nemmeno bisogno di avvalersi della consulenza della Crusca – potrebbe essere più chiaro nei suoi messaggi. Tanto involuti e farciti di parole che rischiano di far venire l’orticaria come l’ormai arcinota (si fa per dire) resilienza. Perché poi, senza bisogno di consultare il manuale per l’esame di Architettura Uno, Conte e i suoi ministri prima o poi ci dovranno dire se ne conoscono davvero il significato.