Super acceleratore lineare per la radioterapia a Modena (Dire)
Super acceleratore lineare per la radioterapia a Modena (Dire)

Roma, 31 luglio 2019 - Li chiamano i "viaggi della speranza" e avvengono tutti su un’unica direttrice, da Sud a Nord. Nel 2019 ne sono stati 319mila, una cifra impressionante. Dietro questi numeri c’è una sanità che nel Mezzogiorno continua a essere "malata", nonostante qualche punta di eccellenza. Troppo poco per fermare un esodo massiccio di pazienti fra le due aree del Paese. Non è solo un fenomeno sociale. La grande migrazione sanitaria, infatti, sposta non solo le barelle ma anche miliardi di euro. Un conto salato che, di fatto, rende più ricchi i bilanci delle imprese sanitarie del Nord e impoverisce ancora di più le casse di quelle del Sud, che ormai da anni non se la passano bene, fra commissariamenti e bilanci in profondo rosso.

Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe di Bologna, dedicato ai crediti, ai debiti e ai saldi delle mobilità sanitaria, ogni anno 4,6 miliardi di euro prendono la strada del Settentrione. E l’88% del saldo attivo confluisce verso tre Regioni, quelle cioè che hanno le più evidenti capacità attrattive: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Quelle che presentano standard di qualità più elevate e, non a caso, che sono fra le apripista delle richieste di maggiore autonomia.

Più nel dettaglio, la mobilità sanitaria consente alla Lombardia di incassare 784,1 milioni di euro in più rispetto alla dote assegnata dal fondo sanitario nazionale. Al secondo posto l’Emilia Romagna, con 307,5 milioni seguita dal Veneto e dalla Toscana rispettivamente con 143 e 139 milioni di euro. Dall’altra parte della barricata, fra le Regioni che perdono più risorse nei viaggi dal Sud al Nord troviamo la Puglia (-201,3 milioni di euro), la Sicilia (-236,9 milioni), il Lazio (-239,4 milioni), la Calabria (-281,1 milioni) e la Campania (-318 milioni). Ma non basta. Perché, per le amministrazioni del Sud il danno è doppio.

Non solo: devono rimborsare le regioni più ricche del Nord ma devono anche mantenere in funzione le proprie strutture sanitarie nonostante l’emorragia di fondi. Per la verità i "viaggi della speranza" qualche problema lo creano anche al sistema settentrionale. È vero, infatti, che portano più risorse. Ma è anche vero che aumentano il numero dei malati da curare, in aree dove l’invecchiamento della popolazione risulta più marcato. Un fenomeno che, di fatto, potrebbe tradursi in un peggioramento dei servizi offerti e, più in generale, in un allungamento delle liste di attesa.

In particolare, a guidare la classifica delle regioni con il maggior indice di fuga (la percentuale dei residenti ricoverati presso strutture sanitarie di altre regioni sul totale dei ricoveri sia intra sia extra regionali) ci sono il Lazio e la Campania, che da soli coprono il 25% dell’intera mobilità passiva. Un ulteriore 28,5% riguarda la Lombardia (7,9%), la Puglia (7,4%), la Calabria (6,7%) e la Sicilia (6,5%). Il restante 48% si distribuisce nelle altre 15 Regioni. "In tempi di regionalismo differenziato – spiega il presidente della Gimbe, Nino Cartabellotta – il nostro report dimostra che il denaro scorre prevalentemente da Sud a Nord. Difficilmente la fuga in avanti delle tre regioni che hanno chiesto maggiore autonomia potrà ridurre l’impatto di un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche".