di Mario Consani Niente spy story alla russa con tanto di veleni radioattivi. E nemmeno omicidio vecchia maniera per far tacere un teste imbarazzante. La tragica fine dell’ex modella marocchina Imane Fadil, appena 34 anni, fu morte naturale dovuta a malattia rara. Il caso sembrava chiuso. Ora invece si riapre perché secondo il giudice c’è da indagare ancora: forse i medici che la curarono avrebbero potuto salvarla. Fadil era una delle testimoni che con le sue...

di Mario Consani

Niente spy story alla russa con tanto di veleni radioattivi. E nemmeno omicidio vecchia maniera per far tacere un teste imbarazzante. La tragica fine dell’ex modella marocchina Imane Fadil, appena 34 anni, fu morte naturale dovuta a malattia rara. Il caso sembrava chiuso. Ora invece si riapre perché secondo il giudice c’è da indagare ancora: forse i medici che la curarono avrebbero potuto salvarla. Fadil era una delle testimoni che con le sue dichiarazioni rafforzò l’accusa nei processi sulle serate bunga-bunga nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore, quando tra le ospiti delle ‘cene eleganti’ c’era anche la minore Karima El Mahroug in arte Ruby, che tanti fastidi (giudiziari) continua a produrre all’ex Cavaliere.

Imane morì il primo marzo di due anni fa, dopo oltre un mese di ricovero all’Humanitas di Rozzano, nel Milanese. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio aprirono un’inchiesta per omicidio volontario. Oltre alle prime analisi che indicavano la presenza nel sangue di metalli pesanti, agli atti finì anche una telefonata che la giovane, quando era in ospedale, fece al suo legale: "Sentivo – disse – che volevano avvelenarmi". Però dopo mesi di accertamenti, il pool di consulenti della Procura a settembre 2019 depositò una relazione nella quale si dava atto che la modella era morta per una "aplasia midollare associata a epatite acuta". E i pm chiesero di archiviare l’indagine. I familiari di Fadil, che hanno sempre cercato una "risposta chiara", si opposero all’istanza e il gip Alessandra Cecchelli, dopo un’udienza a fine febbraio, ieri ha dato loro ragione. Servono nuove indagini e valutazioni, anche con perizie, ha ordinato il gip, per verificare se ci sia un "nesso" tra la morte e la "condotta dei sanitari" e se la "malattia" poteva essere diagnosticata prima.

Accolta la linea dei legali della famiglia, gli avvocati Mirko Mazzali e Nicola Quatrano, che si sono avvalsi di una loro consulenza. Per il gip sono necessari "ulteriori approfondimenti" per valutare se "fosse prevedibile ed evitabile la emorragia gastroesofagea che ha determinato la morte", se fosse "possibile un accertamento più tempestivo della diagnosi" e se si "poteva evitare il decesso" con "le cure del caso". I pm avranno altri 6 mesi per accertare eventuali responsabilità dei medici che si occuparono della modella.