Carola Rackete
Carola Rackete

Roma, 27 giugno 2019 -  Diciamo che se ci fosse un film su come si salvano i migranti in mare, Carola Rackete sarebbe la protagonista perfetta per ogni genere di sceneggiatura. Il physique du rôle – ma anche la tipologia umana – è perfetto. Giovane, carina senza essere bellissima, ecologista, poliglotta, borghese, non poteva mancare pure vegana: è l’icona più classica, quasi scontata, del professionismo della bontà, dell’anima bella che vuole salvare il mondo, ovviamente a spese degli altri. Dei governi degli altri e delle tasche degli altri visto l’altissimo numero di donatori che da quando è scoppiata la crisi migratoria le ong hanno acquisito. Ma la "sbruffoncella", che guidava le rompighiaccio al Polo nord e ha ingaggiato l’ennesimo corpo a corpo con Matteo Salvini, è diventata l’ultima Giovanna d’Arco della sinistra, è tutt’altro che una sprovveduta figlia dei fiori.

Il salvataggio dei migranti operato dalle navi ong nel Mediterraneo è infatti un ingranaggio complesso che mette insieme più cose, troppo sbrigativamente racchiuse nel solo concetto di business, e che invece vanno a lambire molti ambiti e molti settori. A cominciare da quelli geopolitici di tutti gli attori in campo, parliamo dei singoli stati Ue che come vediamo hanno interessi e strategie diversificati, e che vengono portati avanti da personaggi a volte pure discutibili o dal passato oscuro. La sinistra li ha tutti dipinti come dei moderni San Francesco, ma già uno di sinistra come Marco Minniti, aveva capito che non tutto ciò che era brillava era oro. Tant’è che una volta entrato in vigore il suo famoso codice di autoregolamentazione la maggior parte delle ong con una scusa o con l’altra andarono a far bene altrove. Parliamo dei coniugi Catambrone, maltesi, proprietari di una società di contractor che dopo il protocollo Minniti guardacaso lasciarono il Mediterraneo e andarono a salvare gente nel sud est asiatico. O del tedesco Klaus Vogel, ammiraglio della marina tedesca che a un certo punto fonda Sos Méditerranée, quelli della celebre nave Aquarius. Un ammiraglio della marina tedesca che all’improvviso si trasforma in Madre Teresa di Calcutta.

La svolta operata da Minniti ha avuto il pregio di mettere a nudo il sistema dei fondi che gravitava e gravita intorno alle Ong. Che nel periodo dal 2015 al 2016, nel pieno della crisi umanitaria e del relativo clamore mediatico hanno visto esplodere i propri bilanci. Save The Children dal 2015 al 2016 ha avuto un’impennata di donazioni del 20 per cento, Intersos del 32. Tanto per citare qualche esempio. Bilanci che grazie alle donazioni dei singoli, quasi sempre anonime, viaggiano a gonfie vele. E sono molto cospicui. Nel 2017 Medici senza frontiere ha registrato donazioni per 57,9 milioni di euro, Emergency (non più presente nel Mediterraneo) 48,2, Sea Watch nel 2018 ‘solo’ 1,7 milioni.

Gli stipendi a bordo delle ong

Una parte di questi soldi servono per le spese di navigazione, altri per il personale. Tutti credono che le varie Carole sparse per il Mediterraneo siano dedite disinteressatamente a salvare il prossimo. Niente di più falso. La maggior parte dei ‘volontari’, specie quelli che svolgono una mansione più specifica, ricevono infatti uno stipendio, come accade d’altra parte per tutti quelli che operano in maniera professionale o semi-professionale nel terzo settore. Gli stipendi variano da caso a caso, da mansione a mansione, ma ballano tra i 1.500 e i 2mila euro.

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