Marco

Buticchi

L’impugnatura di papa Francesco non è ‘professionale’ come quella che assumevamo nel corso di epiche sfide. Ma il successore di Pietro accanto a un calciobalilla, risveglia piacevoli ricordi. Pare che l’onnipresenza del computer scalzi ogni gesto della quotidianità: se non si accende una luce, non si ascolta una musica, non si sfoglia una fotografia senza pixel, si fa la figura di trogloditi. Osservavo giorni fa alcuni ragazzini che cercavano riparo per giocare a nascondino. Invece di rimanere gobbi sullo schermo del palmare, affrontavano il gioco con lo stesso piglio con cui generazioni di ‘boomer’ (così veniamo chiamati noi primitivi dell’era tecnologica) si rincorrevano sulla spiaggia. Sembrava quasi ignorassero che oggi, seduti in poltrona, si possono disputare sfide intergalattiche, guerriglie o impegnare Mario l’idraulico in prove umanamente insostenibili. Forse il motivo dell’inossidabilità di certi modi di divertirsi risiede proprio nel movimento: i giochi della nostra infanzia navigavano tra il ludico e lo sportivo. Giocare implicava competizione interpersonale e una buona dose di fisicità, contro la sola abilità di gran parte dei giochi elettronici. Parrebbe inutile affermare: "Ci si divertiva con poco". Ma, grazie a quel poco, i giochi antichi ancora restano sulla cresta dell’onda. "Si consacrano all’immortalità", verrebbe da dire. Volete una conferma? Chiedetelo a un esperto in materie ‘eterne’ come papa Francesco mentre gioca a biliardino…