Lunedì 27 Maggio 2024
ANDREA ROPA
Cronaca

Benedetto XVI: "Sono nato il Sabato Santo. Vorrei morire nella Settimana Santa"

Il Signore, della cui vigna il 19 aprile 2005, Ratzinger appena eletto papa, si definì umile lavoratore, ha invece deciso diversamente. Il ricordo

Bologna, 31 dicembre 2022 - "Sono nato il Sabato Santo - mi disse -. E vorrei morire nella Settimana Santa, come Gesù, laddove ho trascorso la mia infanzia. Per questo prego ogni giorno il Signore di concedermi gli ultimi anni della vita a Regensburg, insegnando teologia". Il Signore, della cui vigna il 19 aprile 2005, appena eletto papa, si definì umile lavoratore, ha invece deciso diversamente. E Joseph Ratzinger gli ultimi anni li ha trascorsi in Vaticano, dove oggi è terminata la sua lunga vita. Che per un breve e indelebile tratto si è incrociata con la mia.   

Benedetto XVI
Benedetto XVI

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Roma, autunno 1991. Alla mia tesi di laurea in Storia della Chiesa, abbozzata durante lunghe giornate di studio all’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, serviva un’ultima pennellata: la consultazione dei documenti preparatori del Concilio Vaticano II, conservati nell’Archivio Segreto. Così il relatore, il professor Giuseppe Alberigo, mi procurò un permesso da studioso e mi inviò nella città eterna. Chino sul mio palchetto nell’Archivio Segreto Vaticano, dove per due settimane respirai l’aria mistica soffiata da duemila anni di storia, un tardo pomeriggio vidi arrivare un canuto prelato vestito di nero. Aveva modi garbati, le mani strette una all’altra davanti a un grande crocifisso d’argento che gli pendeva dal collo. Mi chiese a bassa voce, con inconfondibile accento germanico, come stesse procedendo la mia ricerca. Era Ratzinger, a quel tempo prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il primo dei collaboratori di Giovanni Paolo II. Il padrone di casa, formalmente responsabile dell’Archivio Segreto e tutor in pectore della mia tesi. Gli risposi sicuro, con l’incoscienza di un ventenne, spiegandogli il progetto di ricerca, le difficoltà che stavo incontrando e anche la meraviglia di fronte alle cose che scoprivo ogni giorno in quel luogo di cultura che odorava di incenso e di immenso. Lui apprezzò. Al punto che prese ad interessarsi al mio lavoro controllandone con discrezione l’avanzamento e, a volte, aiutandomi nella traduzione dei verbali redatti in latino. Quasi ogni sera saliva lentamente le scale di legno scuro e sfogliava con me i documenti, sottolineando con l’indice sulla carta ingiallita i passaggi più importanti. Emanava sapere ed empatia. Confrontarmi con il suo pensiero di raffinato teologo rivelò mille sfaccettature della ricerca che non avevo mai preso in considerazione.  Al termine del soggiorno all’interno della mura leonine, quando lo salutai e lo ringraziai, Ratzinger ebbe parole di apprezzamento per la mia tesi e mi chiese di inviargliene una copia. Cosa che feci qualche settimana dopo e per la quale mi ringraziò personalmente telefonandomi a casa all’ora di cena, fra lo stupore dei miei familiari. "Buona fortuna ciofane Andrea - concluse -. Ci vediamo a Regensburg, la mia università, quando verrai a trovarmi da docente, da collega. Così potremo parlare ancora della Pacem in terris e dei frutti maturi del Concilio". Ma anche in questo caso il Signore ha deciso diversamente. Lo rividi in tv, quattordici anni dopo, salutare la folla dal balcone di San Pietro. Con la stessa aria timida e gli stessi gesti affabili. Era vestito di bianco e sotto le larghe maniche sbucava il goffo maglione nero che indossava in quel lontano autunno romano, quando mi raccontava, lui tedesco, aneddoti della mia città che io, bolognese, nemmeno conoscevo. Piansi in silenzio. E a Regensburg non ci sono mai andato.