di Roberto Giardina Dal Montenegro ci separano poche miglia attraverso l’Adriatico e una grande distanza temporale. Il piccolo paese montuoso, 620mila abitanti e meno di 14mila chilometri quadrati, è diventato indipendente da appena 15 anni per referendum, ma ieri si sono ancora affrontati i fedeli alla Serbia e i montenegrini che temono di essere riassorbiti da Belgrado. Il passato non passa nei Balcani. Sono trascorsi trent’anni da quando nel 1991, l’allora ministro degli Esteri tedesco, il liberale Hans-Dietrich Genscher, agendo da solo, senza essersi consultato con i partner europei,...

di Roberto Giardina

Dal Montenegro ci separano poche miglia attraverso l’Adriatico e una grande distanza temporale. Il piccolo paese montuoso, 620mila abitanti e meno di 14mila chilometri quadrati, è diventato indipendente da appena 15 anni per referendum, ma ieri si sono ancora affrontati i fedeli alla Serbia e i montenegrini che temono di essere riassorbiti da Belgrado. Il passato non passa nei Balcani. Sono trascorsi trent’anni da quando nel 1991, l’allora ministro degli Esteri tedesco, il liberale Hans-Dietrich Genscher, agendo da solo, senza essersi consultato con i partner europei, riconobbe la Slovenia e la Croazia. Genscher riconobbe in seguito di aver commesso un errore, e si dimise. Un passo affrettato e fatale per i Balcani. Dopo la fine dell’Urss, la Jugoslavia andava in frantumi, e iniziò un decennio di conflitti, tutti contro tutti. La caduta del muro aveva riportato i Balcani alla fine della Grande Guerra. Come se il tempo si fosse congelato. Nel 1999, Clinton decise di scendere in campo per difendere il Kosovo, da sempre terra serba, si bombardò Belgrado. Un altro errore, sarebbe stato possibile tutelare i diritti dei kosovari senza ricorrere alle bombe. E si risvegliarono altri nazionalismi, come in Montenegro.

Il motivo dell’ultimo conflitto è in apparenza religioso. Ieri si doveva insediare a Cetinje, l’antica capitale, il nuovo metropolita della chiesa serba ortodossa Joanikije, ma i manifestanti hanno bloccato tutte le strade intorno alla città, anche quella che la collega alla nuova capitale Podgorica. Joanikije sarebbe un uomo della Serbia, la sua nomina non è stata democratica, è una violazione della sovranità del Montenegro.

I dimostranti hanno creato barriere con pneumatici a cui hanno dato fuoco, mandando in prima linea una cinquantina di donne per fermare le forze dell ordine. Gli agenti sono intervenuti con violenza, e infine Joanikije è riuscito a raggiungere il monastero in elicottero, ma il suo seguito è stato bloccato per strada. Il presidente serbo Aleksander Vucic respinge le accuse: la Serbia non ha alcuna mira espansionistica, e rispetta il Montenegro con cui vuole mantenere buoni rapporti.

Anche i montenegrini sono divisi, il trenta per cento della popolazione è serbo, e il 72 per cento è di religione serbo ortodossa, il 17 per cento è musulmano. Sotto accusa è il presidente Milo Djukanovic, che ha difeso i manifestanti, accusando il suo governo di aver represso con la violenza una pacifica dimostrazione. Djukanovic è accusato di corruzione e di avere rapporti con la malavita del Montenegro. Il suo partito l’anno scorso ha perso le elezioni e non controlla il nuovo governo, che ha bloccato una sua legge per nazionalizzare centinaia di chiese ortodosse. Vucic ha anche rivolto un appello all’Europa che tende ad accusare in ogni occasione Belgrado: non vogliamo tornare alla Grande Serbia, un mito e un’illusione del passato, ma non consentiremo che i serbi vengano oppressi e umiliati, in Montenegro, o altrove.