Marco

Buticchi

Una cresta di rocce sovrasta il rifugio da un lato. Dall’altro il rilievo (2.734 metri) s’interrompe bruscamente, affacciandosi a picco sulla zona pianeggiante ove sorge Bolzano. Rapisce la bellezza che circonda il rifugio, una casetta di legno a un piano dal tetto piatto ricoperto di pannelli per l’alimentazione fotovoltaica. Vista da lassù, immagino, l’enrosadira (il fenomeno per cui le Dolomiti si colorano di rosso per spegnersi nel viola al tramonto) dev’essere un’esperienza unica. Per godere di quegli irripetibili riflessi bisogna essere dotati di una buona dose d’esperienza: il rifugio si raggiunge solo attraverso ferrate e aspri sentieri. Consentire a un maggior numero di alpinisti di gustare quell’ineguagliabile pace non mi pare un’eresia. Anzi trovo sia un’azione lodevole. Naturalmente devono essere rispettate tutte le normative edilizie e di sicurezza. Ma, fatto questo, aprire le porte del cielo perché se ne conosca la meraviglia, fa bene alle anime inquiete di questo affollato mondo. Il rifugio, dicevo, non mi pare possegga particolari doti storico-architettoniche ed edificare al suo posto una moderna (e modesta) struttura ricettiva non credo sia lesivo per il patrimonio artistico dell’umanità. Non ci si può opporre sempre a tutto, motivando il proprio (egoistico) dissenso con il consueto ritornello recitato dai paladini d’inesistenti radici. Se nessuno avesse osato, l’Italia non sarebbe così bella.