di Antonella Coppari Sette anni. Non in Tibet ma a Parigi. Oggi Enrico Letta rientra al Nazareno non in veste di traghettatore o di padre nobile che dà una mano nel momento del bisogno ma con la determinata ambizione di essere il segretario che rifonda il Pd. Il partito che ha in mente si basa su due parole d’ordine, apertura e partecipazione, ma anche uno spettro da fugare: l’opacità del finto consenso che dura lo spazio di un’elezione, poi si trasforma in coltelli sguainati. È questo il senso della sua affermazione: "Non cerco l’unanimità ma la verità nei rapporti tra noi". Insomma, chi accetta la sua posizione, la deve accettare...

di Antonella Coppari

Sette anni. Non in Tibet ma a Parigi. Oggi Enrico Letta rientra al Nazareno non in veste di traghettatore o di padre nobile che dà una mano nel momento del bisogno ma con la determinata ambizione di essere il segretario che rifonda il Pd. Il partito che ha in mente si basa su due parole d’ordine, apertura e partecipazione, ma anche uno spettro da fugare: l’opacità del finto consenso che dura lo spazio di un’elezione, poi si trasforma in coltelli sguainati. È questo il senso della sua affermazione: "Non cerco l’unanimità ma la verità nei rapporti tra noi".

Insomma, chi accetta la sua posizione, la deve accettare sul serio perché, come scandisce forse senza risparmiare una stilettata al predecessore toscano, "la parola ha un valore, io sarò conseguente e mi aspetto che tutti lo siano". Patti chiari. Chi è a favore, non s’inventa voltafaccia, chi è contro fa un’opposizione a viso aperto. Queste sarebbero le intenzioni di Letta perché poi oggi in assemblea nazionale lo voteranno tutti, ed è poco credibile che siano tutti davvero convinti. È pur vero che scatterà nei suoi confronti la molla scattata nella maggioranza dei partiti nei confronti di Draghi. Un misto di fiducia e di consapevolezza di essere arrivati all’ultima spiaggia. Almeno per un po’ le manovre al Nazareno saranno contenute. In positivo Letta (che stasera è ospite in tivù di Fabio Fazio) sogna un partito vivo, e quindi aperto alla partecipazione di tutti. E per tutti non si intendono i dirigenti ma i militanti, gli iscritti, gli elettori. Per questo ieri è andato nel circolo Pd di Testaccio, il suo quartiere, accolto dal grido "ripiamose sti cocci" (del partito prima di tutto, ndr). E per questo, vuole che la sua relazione venga discussa nei prossimi 15 giorni in tutti i circoli. Un’attenzione non retorica sarà rivolta ai giovani: "Ho lavorato per 6 anni con loro, alcuni li porterò con me, in questa avventura". Da qui partirà per comporre la squadra, scegliere i vicesegretari: magari uno, donna (Pinotti o Serracchiani?).

Ma apertura vuole dire anche un Pd capace di riattrarre al proprio interno le aree politiche affini che ne sono uscite o non ci sono mai entrate. Insomma un partito "da Bersani a Tabacci". Anche perché solo un partito così può ambire a diventare il fulcro di una coalizione che deve essere a sua volta aperta.

L’indirizzo rispetto a Zingaretti (ieri Letta ha sentito sia lui sia Prodi) non cambierà: un’intesa con i 5s è quasi obbligatoria. Lui, che ha già parlato con Di Maio, non invertirà la rotta ma la correggerà. Nella sua visione c’è un centrosinistra che vada da SI alle frastagliate aree centriste (senza Renzi però) capace di dialogare poi da una posizione di forza con M5s. Di qui l’esigenza di fare una "proposta al Paese" che si regge su tre pilastri: sostenibilità ambientale, giustizia sociale e innovazione. Declinata nel quadro di un sostegno pieno a Draghi. Il Letta che rientra dai sette anni di esilio non è l’uomo e il leader politico che era. Affronterà la fase non facile che l’aspetta con strenua determinazione. Ma il partito che guiderà da oggi è quello che è. E anche la coalizione sulla quale scommette è incerta e fragile. La posta è alta, la vittoria tutt’altro che scontata.