Giorgio Comaschi Certo che al povero tifoso hanno già sfrantato le scatole. Gli hanno asfaltato tutte le certezze, piano piano, con un piano diabolico. Forse per dirgli: "Perché non te ne stai a casa e passi a un altro sport?". Prima gli cambiano i numeri delle maglie, che quando erano da 1 a 11 si capiva...

Giorgio

Comaschi

Certo che al povero tifoso hanno già sfrantato le scatole. Gli hanno asfaltato tutte le certezze, piano piano, con un piano diabolico. Forse per dirgli: "Perché non te ne stai a casa e passi a un altro sport?". Prima gli cambiano i numeri delle maglie, che quando erano da 1 a 11 si capiva qualcosa e il terzino era il terzino e l’ala era l’ala. Poi i colori stessi delle divise, diventate squallide arlecchinate con colori sociali dimenticati. L’autogol che non è più autogol. I fuorigiochi assurdi di un pelo di naso o di una rotula di ginocchio, decisi da un’immaginaria e confusa riga di un grafico.

L’esultanza abolita, annullata, strozzata dal fatto che bisogna andare prima a vedere dentro a una macchina, dove dietro c’è uno di cui non sappiamo nulla. La palla indietro al portiere che lui non può più prendere con le mani, costringendolo a figure barbine. Lo spezzatino di partite che una volta erano tutte alle 15 e adesso non si sa né quando né a che ora. Le terrificanti telecronache a due voci in cui non si capisce niente se uno non ha fatto il corso di Coverciano. I quinti, i braccetti, le sovrapposizioni, l’attaccare gli spazi, il pizzicare la profondità, tutta roba ostrogota... Le partite che non si sa più dove si vedono, tre su Sky, sei su Dazn, una dal fruttivendolo sotto casa e l’altra con un QRcode (c’è sempre un QRcode ultimamente). Adesso il calendario che non è più il calendario perché il girone di ritorno è in balìa di un software intelligente (forse). Siamo sicuri che alla fine non sia meglio l’ippica?