Marco

Buticchi

In questi pochi giorni abbiamo avuto modo di conoscere le spalle ignude di capi di Stato, emeriti scienziati, categorie a rischio, anziani e gente comune. Da quando sono iniziate le campagne di immunizzazione è un susseguirsi di immagini di vaccinanti impegnati a centrare con l’ago deltoidi indifesi e vaccinati che li lasciano fare. Nei servizi dei notiziari li abbiamo visti, a reti pressoché unificate, ricevere la salvifica puntura con la devozione di un sacramento e abbiamo osservato trepidanti i momenti successivi all’iniezione per afferrare anche il minimo accenno di reazione.

Non vi nego che ho invidiato il loro percorso verso la conquista dell’immunità. Perché il pericolo è incombente, s’inasprisce, ritorna feroce anche se spranghiamo le porte delle nostre case. E l’esempio è indispensabile per far capire anche ai più renitenti il dovere sociale di voler bene a sé stessi e a chi sta loro vicino. Non ho mai capito chi, pur esistendo una via sicura per evitare guai di salute, preferisce rischiare il rischiabile adducendo, a favore delle proprie teorie, trascurabili casistiche o voci senza fondamento. L’unica certezza, allo stato, è che i virus colpiscono duro. Cercare una via per scamparla è un dovere, non un’opzione. Ben vengano allora le immagini a ciclo continuo di iniezioni di salvezza: sono uno strumento didattico per, come recita l’adagio, non smettere mai d’imparare. E neppure di vivere in maniera sana e serena.