"Gigante buono" (Il Giornale). "Uomo semplice", "in lacrime", con "manone da tornitore" (La Repubblica). Semplicemente "Massimo", come un vecchio amico colto dall’immancabile "raptus" (Agi): salvo poi occultare il cadavere, costruirsi un alibi, latitare per due settimane. 
Poi, una volta preso – "collaborativo" e "pentito" oltre che "provato e affaticato" (La Repubblica) –, ammette subito la "stupidaggine": stupidaggine che è aver ucciso Elisa Pomarelli, 28 anni, il cadavere trovato in un querceto a Gropparello, nel Piacentino. 

Sembra quasi che la vittima sia lui, Massimo Sebastiani, 45 anni, omone squinternato che non ha retto il "gioco pericoloso" (La Repubblica). Quella parola che ricorre quasi oscenamente: "innamorato" (SkyTg24), "amore", come se amore (a-mors = senza morte) non fosse l’esatto contrario di uccidere. Il "gigante buono" ricorda un altro omone, quel meccanico cinquantenne con i sandali "da francescano" e "un peso grande sul cuore" (Corriere della Sera) per avere fatto sesso a pagamento (50 euro) con la diciottenne Pamela Mastropietro poche ore prima che venisse uccisa da Innocent Oseghale. È il movimento classico di molte cronache di violenza e femminicidio: umanizzare il mostro, suscitare empatia e comprensione in chi legge, enumerare particolari attenuanti. Come se la morte di lei fosse solo lo spiacevole effetto collaterale di un suo comportamento incauto. 

Come se di fronte al rifiuto, all’abbandono, al no, lui non avesse altra scelta che uccidere, in difesa della propria integrità e onorabilità: non li chiamavamo forse delitti d’onore? Come se a essere naturale continuasse a essere il dominio maschile, e mai la libertà femminile. I femminicidi sono un terzo degli omicidi ogni anno in Italia. La rottura del contratto sessuale – l’imprevisto "no" di lei – innesca negli assassini una deriva identitaria che si esprime nel ciclo paura-rabbia-violenza. È il ciclo originario, il cuore intatto della questione maschile. Questi articoli andrebbero studiati attentamente nelle scuole di giornalismo e non solo perché, come lapsus rivelatori, raccontano senza ideologia lo stato delle relazioni tra i sessi.