Bertolaso o Giletti a Roma, Sala a Milano, un rettore a Torino, un magistrato a Napoli, il presidente dei commercianti a Bologna sono solo gli ultimi nomi che a destra come a sinistra fioriscono nel totonomi per le elezioni amministrative di primavera. Non uno classificabile come politico, evenienza che ci interroga sul perché di questo prepotente ritorno – ammesso che se ne fosse mai andata – della voglia di ’civici’ in politica. In genere il civismo viene riscoperto nei momenti di passaggio, quando la politica ha cattiva coscienza di sè e i partiti – perché ancora siamo in un sistema fondato sui partiti, e chi non è partito primo o poi lo diventa – si rendono conto dello scarso appeal sull’opinione pubblica.

Avvenne così nella prima grande crisi del sistema dei partiti italiani, cento anni fa, quando emerse il civico Mussolini – lasciamo stare poi come è andata – avvenne così nel ’92’93 quando dalla dissoluzione del dopo Tangentopoli venne fuori Berlusconi. Da allora fino a Conte, ai civici ci siamo abituati, con una tendenza che peraltro non è solo italiana (l’attuale presidente degli Stati Uniti è un civico). Finendo più di una volta per apprezzarne anche l’apporto positivo, come quello di linfa nuova su un albero vecchio. C’è per esempio da chiedersi se un politico di professione sarebbe stato capace di innovare temi e linguaggio nel passaggio alla seconda repubblica quanto invece fu in grado di fare l’outsider Berlusconi.

Il punto è però che l’attuale incapacità dei partiti di fare a meno del civismo mette in evidenza il protrarsi della difficolta della politica a esprimere una classe dirigente, spia estrema della mancanza di una nuova narrazione. Nelle ultime elezioni regionali le candidature nate all’interno dei partiti sono state a destra come a sinistra o le stesse di anni fa (Caldoro, Fitto) oppure di personaggi sulla breccia già ai tempi di Craxi. Poche le eccezioni, da Zaia in Veneto a Bonaccini in Emilia Romagna. I partiti, la politica, non sanno pensare il nuovo e quindi cercano fuori, contando sull’effetto richiamo, senza un’idea che vada oltre la contingenza. Venendo meno in sostanza alla propria funzione che è selezionare classe dirigente oltre che presentare una visione del Paese. Il civico va quindi bene se inserito all’interno di una strategia complessiva, non buttato là solo per acchiappare gli indecisi, tanto perché Giletti o Baresi sono facce conosciute. La politica può anche essere post-ideologica e fare a meno dei soliti schemi novecenteschi, ma non può prescindere dalle idee. Civiche o non civiche, quelle servono sempre.